Omelia nella Messa del Giovedì Santo
Chiesa Cattedrale, Ugento 2 aprile 2026.
Cari fratelli e sorelle;
oggi, giorno del sacerdozio e dell’Eucaristia, vorrei continuare la riflessione che ho proposto nella mia recente lettera inviata alla diocesi ponendo al centro l’immagine del Cenacolo[1].
Il Cenacolo e l’unità tra la Pasqua, la Pentecoste e l’Eucaristia
Il Cenacolo rappresenta l’unità tra il mysterium paschale e il mysterium pentecostale. Entrambi sono contenuti nel mysterium eucaristicum. Pasqua, Pentecoste ed Eucaristia sono indissolubilmente legati tra di loro perché esprimono un unico grande mistero al centro della fede cristiana. «Se con il dono dello Spirito Santo a Pentecoste la Chiesa viene alla luce e si incammina per le strade del mondo, un momento decisivo della sua formazione è certamente l’istituzione dell’Eucaristia nel Cenacolo»[2].
La Pasqua rappresenta il cuore di questo mistero: nella morte e risurrezione di Gesù Cristo si realizza la salvezza dell’umanità, con la vittoria sul peccato e sulla morte. Tuttavia, questo evento non rimane confinato nel passato, perché con la Pentecoste lo Spirito Santo discende sugli apostoli, rendendo viva e operante nel tempo l’opera compiuta da Cristo e dando origine alla comunità dei credenti. L’Eucaristia costituisce il punto di incontro tra Pasqua e Pentecoste: in essa, infatti, i fedeli partecipano realmente al sacrificio pasquale di Cristo, reso presente e attuale grazie all’azione dello Spirito Santo. L’Eucaristia non è solo un ricordo, ma una presenza viva che rinnova continuamente ciò che è avvenuto a Pasqua e che è stato reso efficace per la Chiesa a Pentecoste. Per questo motivo, questi tre momenti non possono essere separati: la Pasqua è l’evento della salvezza, la Pentecoste è la forza che lo rende vivo nella storia, e l’Eucaristia è il modo concreto attraverso cui i credenti ne partecipano ogni giorno. Insieme, essi costituiscono il centro della vita e della fede cristiana.
Questi eventi fanno riferimento al Cenacolo, anche se in modi diversi ma profondamente collegati. Durante l’Pasqua, nel contesto dell’Ultima Cena celebrata proprio nel Cenacolo, Gesù istituisce l’Eucaristia, anticipando sacramentalmente il suo sacrificio sulla croce. In quel momento, pane e vino diventano segno concreto della sua offerta, creando un legame diretto tra la Pasqua e l’Eucaristia. Successivamente, sempre nel Cenacolo, avviene anche la Pentecoste: è lì che gli apostoli, riuniti insieme, ricevono lo Spirito Santo, che li trasforma e li rende capaci di annunciare il Vangelo. Questo evento completa ciò che è iniziato a Pasqua, rendendo viva e operante nella storia la presenza di Cristo. Per questo il Cenacolo diventa un punto di unità: è il luogo in cui nasce l’Eucaristia, in cui si raduna la prima comunità e in cui lo Spirito Santo dà inizio alla missione della Chiesa. In esso si comprende chiaramente come Pasqua, Pentecoste ed Eucaristia siano strettamente uniti in un unico disegno di salvezza.
I Padri della Chiesa hanno spesso messo in luce il legame profondo tra Pasqua, Pentecoste ed Eucaristia. Non sono eventi separati, ma un’unica realtà: la Pasqua è il mistero compiuto da Cristo, la Pentecoste è il dono dello Spirito che lo rende vivo, e l’Eucaristia è la sua presenza continua nella Chiesa. Il mistero celebrato nella Pasqua non si esaurisce nella memoria della passione e risurrezione di Cristo, ma continua a vivere nella Chiesa attraverso l’azione dello Spirito Santo e la celebrazione dell’Eucaristia. Come insegna sant’Ireneo di Lione, ciò che Cristo ha compiuto una volta per tutte si rende presente nei sacramenti, nei quali la vita divina viene comunicata ai fedeli.
San Cirillo di Gerusalemme sottolinea che, nell’Eucaristia, il pane e il vino diventano realmente il corpo e il sangue di Cristo per l’azione dello Spirito Santo, richiamando così il mistero della Pentecoste: è lo Spirito infatti che trasforma i doni e i credenti, rendendoli partecipi della Pasqua del Signore. Anche sant’Agostino d’Ippona afferma che la Chiesa vive di ciò che celebra: nell’Eucaristia essa diventa il corpo di Cristo, unita dall’amore che lo Spirito diffonde nei cuori. Così, ciò che è avvenuto nella Pasqua si prolunga nella vita dei credenti grazie al dono dello Spirito. Infine, san Giovanni Crisostomo evidenzia che l’altare rende presente il sacrificio pasquale e che lo Spirito Santo, invocato nella liturgia, realizza questo mistero ogni volta che la Chiesa si raduna.
La Chiesa celebra e vive dell’Eucaristia
Tutto si racchiude nella formula Ecclesia de Eucharistia. Vi è una sorta di inclusione: la Chiesa nasce dal mistero pasquale, e l’Eucaristia, sacramento della Pasqua, contiene l’intero mistero ecclesiale. L’istituzione dell’Eucaristia anticipa sacramentalmente gli eventi che di lì a poco si sarebbero realizzati, a partire dall’agonia del Getsemani. «L’agonia nel Getsemani è stata l’introduzione all’agonia della Croce del Venerdì Santo. L’ora santa, l’ora della redenzione del mondo. Quando si celebra l’Eucaristia presso la tomba di Gesù, a Gerusalemme, si torna in modo quasi tangibile alla sua “ora”, l’ora della croce e della glorificazione. A quel luogo e a quell’ora si riporta spiritualmente ogni presbitero che celebra la Santa Messa, insieme con la comunità cristiana che vi partecipa»[3].
L’Eucaristia fonda e rifonda la Chiesa. Le parole dell’istituzione dell’Eucaristia, pronunciate da Gesù il Giovedì santo, si sono «chiarite pienamente soltanto al termine del Triduum sacrum, del periodo cioè che va dalla sera del giovedì fino alla mattina della domenica. In quei giorni si inscrive il mysterium paschale; in essi si inscrive anche il mysterium eucharisticum»[4].
L’Eucaristia fa la Chiesa, e la Chiesa celebra l’Eucaristia. Ogni celebrazione non è un evento isolato, ma esprime e realizza l’unità del Corpo di Cristo. La comunione eucaristica non è solo verticale (con Dio), ma anche orizzontale, perché crea legami reali tra i credenti, facendo della Chiesa una comunità unita nella carità. L’Eucaristia costruisce la Chiesa come corpo unito e, al tempo stesso, richiama alla solidarietà tra tutti gli uomini. Partecipare all’Eucaristia significa essere inseriti in una comunione che supera i confini visibili e che ha una portata universale: la comunione con Cristo si estende ai fratelli e, in modo più ampio, a tutto il creato redento. Chi partecipa all’Eucaristia è chiamato a vivere nella logica del dono, della comunione e del servizio. Il culto e la vita non sono separati: la celebrazione eucaristica esige una coerenza concreta nella quotidianità, traducendosi in gesti di amore verso il prossimo e in un impegno per la giustizia e la pace.
L’Eucaristia, inoltre, ha una dimensione escatologica: essa anticipa la pienezza del Regno di Dio. In ogni celebrazione si rende presente, in modo velato ma reale, il compimento finale della storia, quando Dio sarà “tutto in tutti”. In questo senso, l’Eucaristia orienta il credente verso il futuro promesso, sostenendolo nel cammino della speranza. Il mistero eucaristico, dunque, ha anche un «carattere universale e, per così dire, cosmico. Sì, cosmico! Perché anche quando viene celebrata sul piccolo altare di una chiesa di campagna, l’Eucaristia è sempre celebrata, in certo senso, sull’altare del mondo. Essa unisce il cielo e la terra. Comprende e pervade tutto il creato. Il Figlio di Dio si è fatto uomo, per restituire tutto il creato, in un supremo atto di lode, a Colui che lo ha fatto dal nulla. E così Lui, il sommo ed eterno Sacerdote, entrando mediante il sangue della sua Croce nel santuario eterno, restituisce al Creatore e Padre tutta la creazione redenta. Lo fa mediante il ministero sacerdotale della Chiesa, a gloria della Trinità Santissima. Davvero è questo il mysterium fidei che si realizza nell’Eucaristia: il mondo uscito dalle mani di Dio creatore torna a Lui redento da Cristo»[5].
Il valore cosmico dell’Eucaristia emerge soprattutto nella sua capacità di unire cielo e terra. Nel pane e nel vino consacrati, elementi semplici della creazione, si manifesta la presenza reale di Cristo. Questo indica che la materia stessa è chiamata a partecipare alla salvezza: il mondo creato non è destinato alla distruzione, ma alla trasformazione e al compimento in Dio. L’Eucaristia diventa così il segno che l’intero cosmo è orientato verso Cristo e trova in Lui il suo senso ultimo. L’Eucaristia è l’anticipazione della trasfigurazione finale dell’universo. Ogni celebrazione eucaristica è come una finestra aperta sull’eternità: in essa si rende presente, in modo sacramentale, la pienezza futura del Regno di Dio, quando tutta la creazione sarà definitivamente ricapitolata in Cristo. In questo senso, l’Eucaristia non è solo memoria del passato, ma anche promessa e anticipo del futuro escatologico.
L’Eucaristia, contemporaneità del mistero pasquale
Il fondamento e la scaturigine della Chiesa «è l’intero Triduum paschale, ma questo è come raccolto, anticipato, e “concentrato” per sempre nel dono eucaristico. In questo dono Gesù Cristo consegnava alla Chiesa l’attualizzazione perenne del mistero pasquale. Con esso istituiva una misteriosa “contemporaneità” tra quel Triduum e lo scorrere di tutti i secoli»[6].
Nella celebrazione eucaristica, la comunità dei credenti non assiste semplicemente al ricordo di un evento lontano, ma viene introdotta nella sua realtà viva e operante. La liturgia eucaristica realizza dunque un misterioso intreccio tra il tempo storico e l’eternità divina. Il tempo umano, segnato dalla successione degli istanti e dalla distanza dagli eventi del passato, viene assunto e trasformato dall’azione di Dio. Nella Messa il passato della salvezza diventa presente e il futuro della gloria è anticipato. Il memoriale istituito da Cristo nell’Ultima Cena non è un semplice atto di commemorazione, ma un’azione sacramentale nella quale la Chiesa partecipa realmente al mistero pasquale.
In questa prospettiva, l’Eucaristia manifesta il carattere eterno del sacrificio di Cristo. Ciò che nella storia si è compiuto una sola volta viene reso presente nella celebrazione liturgica non come ripetizione, ma come attualizzazione sacramentale. L’evento salvifico rimane unico e irripetibile, ma la sua efficacia si estende a ogni tempo e a ogni generazione. La comunità dei fedeli, radunata nella liturgia, entra così in comunione con l’atto redentore che il Figlio offre al Padre nello Spirito.
L’Eucaristia appare quindi come il luogo teologico nel quale il tempo viene aperto all’eternità. In essa la Chiesa vive già, in forma sacramentale, la comunione definitiva con Dio che costituisce il destino ultimo dell’umanità. Partecipando al Corpo e al Sangue di Cristo, i credenti sono introdotti nella vita stessa del Risorto e ricevono il pegno della gloria futura. Per questo la celebrazione eucaristica non è soltanto memoria della salvezza passata, ma anche anticipazione del compimento escatologico, quando Dio sarà tutto in tutti.
La riflessione teologica sul rapporto tra tempo ed eternità trova uno dei suoi sviluppi più profondi nel pensiero di sant’Agostino e di san Tommaso d’Aquino. Secondo sant’Agostino il tempo umano è vissuto dall’anima tra memoria del passato, attenzione al presente e attesa del futuro (distensio animi). Dio, invece, vive in un eterno presente, immutabile e simultaneo. Il tempo liturgico permette di inserire il fedele in questa dimensione divina: gli eventi storici della salvezza, pur avvenuti una volta nella storia, diventano realmente presenti nella celebrazione liturgica. Tommaso d’Aquino approfondisce questa prospettiva, distinguendo tra il tempo, proprio degli esseri mutabili, e l’eternità, propria di Dio. L’eternità non è mera durata infinita, ma possesso simultaneo e perfetto di una vita senza fine. Il tempo liturgico diventa così un ponte tra la condizione mutabile dell’uomo e la presenza immutabile di Dio, dove la liturgia rende attuale ciò che è eterno.
Sul piano filosofico, l’idea della contemporaneità rappresenta una delle più radicali chiavi di lettura dell’esistenza umana, in cui la temporalità non è soltanto cronologia, ma scelta, impegno, e incontro con sé stessi e con l’assoluto. La contemporaneità, in S. Kierkegaard, è un concetto multidimensionale che si fonda sulla tensione tra tempo vissuto e verità soggettiva. Non è un’identità culturale o un’etichetta storica, ma l’esperienza dell’individuo che assume la responsabilità del proprio essere‑qui‑e‑ora, senza fuggire né verso il passato né verso il futuro. Ciò significa che il passato non deve essere un rifugio, né il futuro può essere un’illusione di salvezza.
La contemporaneità implica un costante confronto con il presente, non solo come momento temporale, ma come segno di decisione e luogo di incontro con la verità personale. In questo senso, essere contemporanei non è solo riconoscere il proprio tempo umano, ma trascenderlo per incontrare il significato ultimo della propria esistenza, che si rivela solo nel presente. Mentre il pensiero hegeliano enfatizza uno sviluppo storico teleologico dello Spirito, Kierkegaard insiste sull’isolamento radicale dell’individuo, sul suo essere chiamato a scegliere liberamente in ogni istante. La contemporaneità non si limita all’auto‑comprensione, ma include anche la relazione con ciò che è eterno, in particolare con Cristo. In Esercizio del cristianesimo, Kierkegaard sostiene che il cristiano autentico è contemporaneo con Cristo, non come figura storica passata, ma come presenza viva e attiva nella coscienza del credente.
[1] Cfr. V. Angiuli, La Chiesa del Cenacolo: vocazione, comunione, missione, Edizioni VivereIn, Monopoli 2025.
[2] Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia, 5.
[3] Ibidem, 3.
[4] Ibidem, 2.
[5] ibidem, 8.
[6] Ibidem, 5.
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