Omelia nella Messa del Giubileo delle Forze Armate
Basilica di Leuca, Leuca 28 aprile 2025.

Gent.me Autorità istituzionali, civili e militari,
cari familiari e parenti dei caduti nell’esercizio del loro dovere
cari fratelli e sorelle,
celebriamo la liturgia eucaristica in questa Basilica di Leuca, mentre a Roma si svolgono i novendiali per Papa Francesco, cioè il periodo liturgico di nove giorni consecutivi dedicato alla celebrazione di Messe in suffragio del Papa.

Il Giubileo della speranza è uno degli ultimi doni che Papa Francesco ha lasciato alla Chiesa e all’umanità. Vivere vuol dire sperare. La speranza è, infatti, insita nella stessa natura dell’uomo. Parliamo però di una speranza che non è solo anelito, ma certezza che «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8, 28). È la «speranza che non delude» (Rm 5, 5). Spes non confundit è il titolo della Bolla emanata da Papa Francesco per l’indizione del Giubileo. Sperare, pertanto, significa esercitare la difficile arte della profezia ossia coltivare i tre momenti dello svolgersi del tempo: avere la memoria della promessa del passato, spalancare lo sguardo per contemplare il presente, rafforzare il coraggio per indicare il cammino verso il futuro. 

I due simboli principali di questo Giubileo della speranza sono il pellegrinaggio e il passaggio attraverso la “porta santa”. Il pellegrinaggio esprime la condizione itinerante dell’uomo. Egli è sempre in cammino; è sempre alla ricerca della verità e della bellezza. Il pellegrinaggio è il simbolo di un percorso spirituale da compiere in tutta la vita. Si tratta di uscire da sé stessi, dalle proprie comode abitudini per mettersi alla ricerca di Dio, mossi dalla nostalgia dell’infinitamente e totalmente Altro.

Varcare la porta vuol dire entrare nella dimensione più profonda di noi stessi per cercare Dio il quale, secondo sant’Agostino è «intimior intimo meo et superior summo meo»[1]. Cioè Dio è più intimo di quanto non lo sia io a me stesso ed è molto al di là della mia persona. Per questo, sempre sant’Agostino esorta: «Non andare fuori, rientra in te stesso; nell’interiorità dell’uomo abita la verità. E se scoprirai mutevole la tua natura, trascendi anche te stesso. Tendi là dove si accende la stessa luce della ragione»[2]. Non si tratta di un’azione introspettiva, ma di un movimento riflessivo, superando l’illusione del mondo esterno e trovando la connessione con Dio, fonte ultima della verità e della felicità. 

            La Vergine de finibus terrae

Avete voluto compiere il vostro pellegrinaggio giubilare in questa Basilica dedicata alla Vergine de finibus terrae: santuario caro a tutti i salentini situato alla punta estrema della penisola salentina, protesa come ponte fra l’Occidente e l’Oriente. Il valore di questo titolo mariano si riferisce alla collocazione del santuario sul promontorio leucano, un posto suggestivo per la sua bellezza e per il suo valore strategico. La sua importanza è legata al fatto che da sempre è stato utilizzato come luogo di culto e come vedetta per controllare i flussi delle navi che solcavano il Mediterraneo. 

Il titolo de finibus terrae, significa non soltanto la fine, il limite, ma anche il punto di arrivo, la meta del cammino. La casa di Maria è il luogo della sosta e dell’incontro con il Signore per intavolare con lui un dialogo e una relazione di amore.

Posto come sentinella che si affaccia sul mare Mediterraneo, il santuario mariano si carica di molti altri simboli. «Che cosa è il Mediterraneo?» si chiedeva il grande storico Fernand Braudel. E rispondeva: il Mediterraneo è «mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre, insomma, un crocevia antichissimo. Da millenni tutto vi confluisce, complicandone e arricchendone la storia: bestie da soma, vetture, merci, navi, idee, religioni, modi di vivere»[3]

Papa Francesco più volte ci ha ricordato che, nel nostro tempo, questo «continente liquido», è diventato un luogo di stretta attualità storica, un simbolo universale per la sua duplice natura: in quanto barriera che si estende fino all’orizzonte e, al tempo stesso, luogo che unisce le opposte sponde, denominatore comune di scambi commerciali tra popolazioni accomunate dalle stesse abitudini e ritmi di vita. 

La sua forza evocativa lo fa apparire teatro di diaspore e conflitti, cimitero a cielo aperto di speranze umane naufragate nelle sue acque, arena dove si consumano traffico di essere umani a cui si contrappongono gesti di squisita e gratuita solidarietà. Il Mediterraneo indica un luogo geografico, ma anche un immaginario mutevole che contribuisce a influenzare la percezione dell’altro. Talvolta, infatti si rappresenta l’altro come nemico, altre volte come fratello che vive sull’altra sponda, altre volte ancora addirittura come alieno. Si alimenta così un’indifferenza, quando non una vera e propria xenofobia, che finisce per considerare inevitabili le tragedie del mare prodotte dalle politiche di respingimento.

            Sembra quasi che si realizzi quanto cantato da poeta latino Lucrezio nel secondo libro del De rerum natura[4], l’immagine cioè del Naufragio con spettatore, titolo del fortunato libro di Hans Blumenberg[5]. Paradigma e metafora dell’esistenza là dove si descrive un uomo che contempla il naufragio, assistendo alla tragedia che si consuma davanti ai suoi occhi, dalla terraferma, da una salda riva. È un’immagine simbolica della civiltà dell’Occidente, in cui si riflette l’atteggiamento dell’uomo dinanzi alla vita: il bisogno di sicurezza, il rischio, l’indifferenza, la contemplazione, l’azione. In questo scenario il mare acquista il peso di un deserto liquido. Un deserto nel quale non c’è più niente da vedere, se non un orizzonte sempre uguale. Forse siamo diventati tutti spettatori che guardano a distanza coloro che fanno naufragio nelle acque dell’antico Mare nostrum diventato Mare mortuum, dove in un attimo le imbarcazioni vengono inghiottite dalle onde, insieme ai sogni, senza quasi lasciare. 

La Vergine de finibus terrae, come madre di tutti, veglia su questo mare e su coloro che solcano queste acque. È madre di misericordia. Tutti coloro che volgono lo sguardo alla sua carità materna trovano rifugio nella sua casa. Contemplando la sua spirituale bellezza, ritrovano il coraggio di combattere l’oscuro fascino del male e, meditando le sue parole e i suoi esempi sono attratti ad osservare i comandamenti del tuo Figlio Gesù. Ella si mostra come la donna senza frontiere, che abbatte i confini e le divisioni tra i popoli della terra. Per la sua presenza, questa terra diventa una «terra finestra» secondo la splendida definizione di don Tonino Bello, ripresa da papa Francesco quando è venuto nel 2018 a pregare sulla tomba del venerabile. 

In tal modo il titolo de finibus terrae sta ad indicare il con-fine, il fine comune, il fine condiviso, una frontiera che invita a guardare all’altro come colui sta di fronte, sull’altra riva; non il rivale, ma il frontaliero; uno che mi guarda e mi riconosce come suo dirimpettaio, mi saluta e intavola con me un fruttuoso dialogo. Il con-fine è dunque una finestra aperta a un territorio che si spalanca sull’orizzonte in cui scorgo l’altro che mi guarda e mi riconosce per quello che sono e che, a mia volta, guardo per quello che è. Fin quando la finestra rimane aperta la conoscenza si intensifica, il discorso si approfondisce e il reciproco riconoscimento si fa più fraterno.

La Vergine Maria, faro di luce sul mare della vita

Così la Vergine de finibus terræ diventa il faro di luce sul mare della vita, ascolta la voce di noi tuoi figli, perché nei naufragi umani e spirituali, possiamo affrontare senza timore, assieme a lei, le tempeste della vita per ritrovare in lei il porto sicuro di salvezza. A lei si può applicare quanto don Tonino Bello diceva a Molfetta domandandosi se il vero faro fosse quello del porto o il santuario della Madonna dei martiri. E affermava: una cosa è certa, lei è «il faro di prima grandezza, che lancia fasci di luce nelle nostre interminabili notti spirituali. È lei che rischiara le tenebre interiori in cui il peccato o la sfortuna ci fa precipitare. È lei, che indicando Gesù e invitandoci a fare tutto quello che lui dice, offre a tutti le coordinate per una rotta che ci preservi da ulteriori tragedie. È lei che ci fa gustare la gioia dei ritorni verso casa e, con le sue carezze di madre, ci anticipa gli abbracci di chi ci vuol bene. Facciamo festa, perciò, attorno al Faro. Di quell’altro, quello che si erge sul molo, c’è bisogno solo di notte. Di questo, invece, […], abbiamo sempre bisogno: anche quando nel cielo splende il sole meridiano»[6].

            Maria è regina di pace

In quanto faro di luce, Maria è anche regina di pace. Parlare di pace è sempre più necessario. La pace, soleva dire don Tonino Bello, non è un vocabolo, ma un vocabolario. Comprende molte cose e tiene insieme molte prospettive. Con grande realismo, il Concilio Vaticano II afferma: «Gli uomini, in quanto peccatori, sono e saranno sempre sotto la minaccia della guerra fino alla venuta di Cristo; ma in quanto riescono, uniti nell’amore, a vincere il peccato essi vincono anche la violenza, fino alla realizzazione di quella parola divina “con le loro spade costruiranno aratri e falci con le loro lance; nessun popolo prenderà più le armi contro un altro popolo, né si eserciteranno più per la guerra” (Is 2, 4)»[7].

Maria è regina di pace perché regge le sorti del mondo con la sua umiltà, splende come l’aurora che rischiara le tenebre della notte e annuncia Cristo, la stella luminosa del mattino. È regina di pace, perché ci attira con il suo esempio sulle vie dell’amore ricordando agli uomini che il mondo intero non è chiamato ad un destino di distruzione e annientamento, ma a recuperare il supremo valore della vita nella sua integralità. Icona di pace, Maria attesta come sia possibile la sconfitta del male e l’accoglienza del dono della pace. Ella prega per tutti gi uomini e per tutta la creazione. Il suo sguardo chiaro e trasparente trasformi l’uomo in creatura del cielo.

Sostenuti e accompagnati dalla Vergine Maria possiate essere anche voi, portatori di speranza e di pace: nel vostro cuore, nelle vostre famiglie, nelle città, nel mondo intero. Questi beni comuni diventino aspirazione universale, esigenza e patrimonio di tutti. Doni che scendono dall’alto e si diffondano su tutta a terra.


[1] Agostino, Le Confessioni, III,6,11.

[2] Id., La vera religione, 39, 72.

[3] F. Braudel, Il Mediterraneo: lo spazio la storia gli uomini le tradizioni, Bompiani, Milano 20193, p. 5.

[4] «Bello, quando sul mare si scontrano i venti / e la cupa vastità delle acque si turba, / guardare da terra il naufragio lontano: / non ti rallegra lo spettacolo dell’altrui rovina, / ma la distanza da una simile sorte».

[5]Cfr. H. Blumenberg, Naufragio con spettatore, Il Mulino, Bologna 2001. 

[6] A. Bello, Facciamo festa attorno al faro, in Id., Scritti 3, p. 86.

[7] Gaudium et spes, 78.

clic qui per l’articolo sul sito della Diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca