Omelia nella Messa esequiale della mamma di don Pasquale Carletta
parrocchia Maria SS. Immacolata, Montesano Salentino, 29 aprile 2026.

Caro don Pasquale, 
cari signori Luigi, Costantino e Donato e familiari tutti,
cari sacerdoti e fedeli,
oggi il vostro e il nostro cuore cammina piano, come chi entra in una casa segnata dal silenzio. In questa liturgia esequiale accompagniamo, con la preghiera e l’affetto, la signora Abbondanza nel suo incontro con Cristo risorto. Affidiamo questa donna benedetta alla misericordia di Dio. 

Sicuramente nel corso della sua vita ha offerto sacrifici, ha conosciuto gioie e fatiche, ha seminato amore nella sua famiglia e nella comunità. E tra i frutti più belli della sua vita c’è certamente il dono di un figlio sacerdote, che ha risposto alla chiamata del Signore anche grazie alla sua fede, al suo esempio e alle sue preghiere.

Abbondanza è un nome che sa di dono, di mani sempre aperte, di tavola preparata con amore, di carezze date senza misura, di preghiere sussurrate nella notte; è una donna che allude alla pienezza dell’amore e del sacrificio; è una moglie e una madre che ha professato la sua fede in Cristo e l’ha testimoniata ogni giorno nel silenzio di una vita semplice e preziosa; è una credente che non è passata invano sulla terra, ma ha lasciato luce nei corridoi della memoria, profumo di pane nei giorni difficili, forza nelle ore della prova, tenerezza che il tempo non cancella.

Quando una moglie e una madre lascia questa terra, sembra che una parte della famiglia venga meno. La mamma è rifugio, memoria viva, presenza discreta che accompagna sempre, anche quando i figli diventano grandi. È colei che dona la vita, la custodisce, la sostiene. Caro don Pasquale, per te sacerdote la mamma rimane la prima maestra di preghiera, la prima testimone della fede, colei che ti ha insegnato a fidarti di Dio e ti ha accompagnato con il sacrificio nascosto e con la fede semplice dei giusti.

Quando il dolore ci visita anche l’amore vero fa piangere. Gesù stesso pianse davanti alla tomba dell’amico Lazzaro. Questo ci insegna che il dolore per la perdita è umano, vero, santo. Piangere non significa mancare di fede, ma amare profondamente. Perciò oggi non nascondiamo le lacrime, ma le uniamo alla speranza cristiana. Le nostre lacrime, infatti, non sono senza cielo: sono bagnate di speranza. Cristo ha vinto la morte, ha aperto la porta della vita senza tramonto, e all’uomo smarrito ha detto: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà» (Gv 11, 25). 

Questa frase è la quinta dichiarazione “Io sono” di Gesù nel Vangelo di Giovanni. Pronunciata davanti alla tomba dell’amico e di fronte al dolore delle sorelle Marta e Maria, questa affermazione trascende la dimensione consolatoria per diventare proclamazione kerygmatica che anticipa il mistero pasquale. Gesù non si limita a promettere la risurrezione futura, ma si identifica ontologicamente con essa, rivelando che la vita definitiva non è evento da attendere ma Persona da incontrare. 

La dichiarazione apre a un’esperienza mistica particolare: l’unione con Cristo come fonte di vita. Non si tratta di una vita parallela o aggiunta a quella ordinaria, ma della scoperta che Cristo è la vita profonda di ogni vita autentica. La morte non spegne ciò che è stato vissuto nell’amore. In Cristo, la vita continua, sostenuta dalla speranza nei momenti di crisi e di apparente fallimento e trasfigurata dalla certezza della beatitudine eterna.

Oggi Gesù ripete queste parole alla nostra sorella Abbondanza. Noi crediamo che la sua morte non è la fine. In Cristo risorto, la sua vita è trasformata, non tolta. E allora diciamo con fede: cara Abbondanza il tuo amore non finisce, continua in Dio. Le mani che hanno accarezzato, il cuore che ha vegliato, la voce che ha consolato, tutto ciò che è stato donato rimane per sempre.

A lei e a tutti noi Gesù ripete: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e stanchi, e io vi ristorerò» (Mt 11, 28). Queste parole del Vangelo proclamate oggi nella liturgia sono tra le più tenere e potenti di tutta la Scrittura. Sembrano scritte per questa circostanza e indirizzate, in modo particolare alla nostra sorella Abbondanza. Nella sua vita, ella ha attraversato giorni spesso segnati dalla corsa, dalle preoccupazioni, dall’incertezza, dalla fatica di portare pesi invisibili. Ha conosciuto stanchezze del corpo, e solitudini del cuore: relazioni difficili, delusioni, paure per il futuro, ferite che nessuno ha visto. Davanti a tutto questo, Gesù non rimprovera, non giudica, non chiede prima di diventare perfetti. Dice semplicemente: «Venite a me». È un invito pieno di misericordia e di divina partecipazione. 

Alla nostra sorella Abbondanza egli dice: «Porta a me ciò che ti pesa, la tua fragilità, la tua confusione, la tua solitudine, il tuo peccato». Il Signore conosce il suo cuore e sa che senza di lui ci si affatica inutilmente. Perciò promette: «Ti ristorerò». Il ristoro di Cristo consiste in un cuore che torna a respirare e, finalmente, a riposare. È la speranza che rinasce. È il perdono che guarisce. È la certezza di non essere soli. Oggi egli dona qualcosa di più grande: la sua presenza, la sua pace, la vita nuova.

Con tutta la comunità diocesana e parrocchiale rendiamo grazie al Signore per il bene che Abbondanza ha seminato durante la sua vita: nel cuore della sua famiglia, negli affetti custoditi con pazienza, nelle rinunce offerte con amore, nelle preghiere nascoste con le quali vi ha sostenuti. Nulla di tutto questo andrà perduto davanti a Dio. 

Nel dolore di questo distacco, la Parola del Signore ci consola. E a te, caro don Pasquale diciamo: «Oggi la comunità ti è vicina con affetto sincero. Tu hai consolato tanti nel nome del Signore; oggi, lasciati consolare dall’abbraccio della Chiesa e dalla certezza che tua madre vive in lui. Il Signore accoglie tua madre nella pace dei giusti e dona a te, a tuo padre, ai tuoi fratelli e ai tuoi familiari conforto, forza e serenità. 

La morte è insieme dolore e passaggio: due verità che la fede cristiana tiene unite senza semplificare il mistero. È dolore, perché rompe un legame, lascia un vuoto reale, fa sperimentare la mancanza e la fragilità dell’amore umano. È passaggio perché non è muro, ma soglia. Per la fede, la morte non annulla la vita, ma la trasforma. È il passaggio dalla vita terrena alla pienezza della vita in Dio, dove ciò che è stato amato non viene perduto, ma compiuto.

Per questo il dolore non è senza speranza. Il cristiano non nega la sofferenza del distacco, ma la vive dentro la promessa che l’amore è più forte della morte (cfr. Ct 2,8-10. 14.16a; 8,6-7a). Così la morte resta un mistero attraversato da due luci: la lacrima, che indica quanto abbiamo amato; la speranza, che riconosce la vita piena di immortalità. Da questo equilibrio nasce la preghiera. Così ci rivolgiamo alla Madonna delle Grazie, Madre tenerissima, con questa invocazione:

Madonna delle Grazie,
rifugio dei peccatori
e speranza di chi confida in Te,
volgi sulla nostra sorella Abbondanza
il tuo sguardo materno,
soccorrila e sostienila
nel supremo passaggio
da questo mondo alla patria celeste
e guidala sui sentieri della vita.

Fa’ che, avvolta dal tuo manto,
ella possa contemplare con Te la santa Trinità

e lodare per sempre la sua eterna misericordia.

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