Omelia nella Messa della presentazione di Gesù al tempio e giornata della vita consacrata
SS. Apostoli Pietro e Paolo, Taurisano 2 febbraio 2026.
Cari consacrati e consacrate,
questo giorno, festa della presentazione di Gesù al tempio, è dedicato alla riflessione e alla preghiera sulla vostra forma di vita all’interno del popolo di Dio. Nel discorso per la chiusura del Giubileo della vita consacrata, Papa Leone XIV, richiamando la dottrina di san Giovanni Crisostomo secondo il quale la verginità libera il cuore per un amore indiviso, ha rivolto «una calorosa esortazione a “ritornare al cuore”, come il luogo in cui riscoprire la scintilla che ha animato gli inizi della vostra storia […]. È infatti nel cuore che si produce la “paradossale connessione tra la valorizzazione di sé e l’apertura agli altri, tra l’incontro personalissimo con sé stessi e il dono di sé agli altri»[1]. È nell’interiorità, coltivata nella preghiera e nella comunione con Dio, che mettono le radici i migliori frutti di bene secondo l’ordine dell’amore, nella piena promozione dell’unicità di ciascuno, nella valorizzazione del proprio carisma e nell’apertura universale della carità»[2].
Il valore della vita consacrata nel nostro tempo
La nostra cultura misura il valore delle persone in base a ciò che producono, possiedono o mostrano. La verginità consacrata, invece, strettamente unita alle virtù della carità e dell’umiltà, è un segno silenzioso e potentissimo contro la visione tipica del nostro tempo. Non si tratta, infatti, di una scelta ascetica, ma dall’essere abitati dall’amore. Ed è proprio questo aspetto a fare di essa qualcosa di radicalmente diverso: è un segno di libertà in un tempo nel quale la libertà viene spesso confusa con l’assenza di legami.
Attesta che la vita ha valore perché è donata, non perché è esibita come merce di consumo. Sceglie di appartenere totalmente a Dio, non come rinuncia sterile, ma come una visione positiva e piena di vita. Afferma che l’amore può essere vissuto anche senza il possesso esclusivo dell’altro. Diventa una profezia perché annuncia che è possibile vivere un amore fedele e definitivo, in un tempo segnato da relazioni fragili e provvisorie. Ricorda inoltre che l’amore umano non si esaurisce nella dimensione erotica o affettiva, ma trova il suo compimento nel dono totale di sé.
Non annulla i desideri umani, ma li porta alla loro verità più profonda e proclama, senza molte parole, che Dio basta. Anche l’amore sponsale ribadisce che Dio non è un’aggiunta, ma il centro della relazione d’amore. È un amore che manifesta una fecondità nascosta, ma reale. Genera vita spirituale, apre spazi di ascolto, di accompagnamento, di intercessione. Mantiene aperto l’orizzonte dell’eternità, in un tempo che tende a chiudersi sull’immediato. Si presenta come un segno escatologico del Regno che viene, ricorda che questa vita non è tutto. Ci sarà, infatti, un tempo nel quale «Dio sarà tutto in tutti» (1Cor 5,28).
In definitiva, la verginità consacrata non è un reperto del passato, ma una provocazione viva per il presente e per il futuro. Testimonia che vale la pena puntare tutto su Dio. Afferma che l’amore può essere totale e ribadisce che una vita donata non è mai sprecata. Non è fuga dal mondo, ma forma radicale di appartenenza. Sant’Ambrogio, nei scuoi scritti sulla verginità consacrata[3], richiama gli elementi essenziali di questo stato di vita. Insegna che la verginità è una chiamata che rende visibile sulla terra lo stile di vita di Gesù. Suggerisce che è imago Christi. Sottolinea la dimensione mariana. Maria, come in uno specchio, raffigura la forma della verginità. Richiama la sua dimensione sponsale e il suo essere “ornamento della Chiesa” (“decus Ecclesiae). La vita consacrata manifesta la bellezza visibile del corpo ecclesiale e la sua direzione escatologica in quanto anticipazione del Regno. Preannuncia ciò che saremo in cielo.
La vita consacrata e la maternità e paternità spirituale
La vita consacrata presenta una sua fecondità spirituale: partecipa alla fecondità di Cristo e della Chiesa. In quanto unione sponsale con Cristo, la persona consacrata genera Cristo nel cuore degli uomini
Nella tradizione cristiana, la generazione spirituale non è separata in maschile e femminile. Non dipende dal sesso biologico: ciò che conta è la fecondità dello Spirito. Non si tratta di generazione fisica, ma una creazione di vita spirituale negli altri. Rigenera l’anima con il battesimo, forma i cuori alla fede, fa crescere la vita cristiana. Non avviene nella carne, ma nelle virtù e nell’educazione. È invisibile, ma reale. Dipende dall’accoglienza, dalla custodia e dalla trasmissione ad altri della Parola di Dio attraverso la preghiera, l’intercessione, l’accompagnamento, la testimonianza.
Il modello è quello espresso da San Paolo. Egli esercita il suo ministero come padre e madre spirituale dei credenti. Usa immagini materne per mostrare il dolore, la dedizione, il nutrimento spirituale. Per lui, l’insegnamento, l’accompagnamento e il sostegno spirituale sono il latte spirituale per il nutrimento dell’anima. Anche il ministero apostolico e la vita consacrata sono un parto continuo di Cristo nelle anime degli altri. Si tratta di un modello fondamentale per comprendere la verginità consacrata maschile e femminile. Tutti i consacrati, maschi e femmine, devono avere un cuore materno e paterno che si esprime in alcune virtù: la cura, la guida, l’affetto, la pazienza, il sacrificio.
Per la tradizione della Chiesa, e in modo particolare per i Padri, la verginità consacrata è autentica maternità e paternità spirituale. La prima è associata alle vergini consacrate femminili. La seconda è tipicamente associata ai vergini consacrati maschi o sacerdoti. Entrambe sono complementari e realizzano insieme la generazione spirituale completa perché generano Cristo negli altri con cuore materno e guida paterna.
Chi genera in Cristo deve sentire, soffrire e amare come un padre e una madre. Si tratta di una disposizione affettiva e donativa, piena di pazienza e delicatezza. Non una metafora debole, ma una realtà teologica profonda. Questa generazione spirituale non è un fatto privato, non “sceglie” i figli, ma li riceve dalla Chiesa. Essa si esprime come amore verso i poveri, i piccoli nella fede, i cercatori di Dio, i feriti nell’anima.
Come Maria ai piedi della croce (cfr. Gv 19,25–27), la generazione spirituale è una disposizione affidata, ma non posseduta. Comporta dolore e dono. I Padri della Chiesa parlano di veglia, rinuncia, sofferenza offerta, pazienza educativa. È una maternità pasquale, segnata dalle tante croci che esistono nel mondo che prendono il nome di orfanezza affettiva e spirituale, frammentazione delle relazioni, profonde solitudini esistenziali. A fronte di esse, la maternità e paternità spirituale testimoniano che si può amare senza possedere, si può generare senza trattenere, si può essere padri e madri senza “avere figli”. «La vergine – afferma san Giovanni Crisostomo – genera non nel corpo, ma nei cuori dei fratelli e dei fedeli, portando Cristo come frutto». È una qualità spirituale che apre, non chiude.
La maternità e la paternità spirituale richiedono il dono di sé stessi, come una madre e un padre, disposti a dare la propria vita per i propri figli. La generazione spirituale consiste nella disponibilità e nella capacità di generare Cristo nelle anime (cfr. 1Cor 4,15; Gal 4,19). Si caratterizza nel senso di curare, guidare, correggere e testimoniare con la propria vita (cfr. 1Tess 2, 7-8. 11-12; 1Cor 11,1), collaborando alla fecondità spirituale della Chiesa (2Cor 5,17). Si realizza attraverso la preghiera, l’insegnamento e l’accompagnamento spirituale. In altre parole, la persona consacrata diventa “madre e padre” delle anime che Dio gli affida, aiutandole a crescere in Cristo.
[1] Francesco, Dilexit nos, 18.
[2] Leone XIV, Discorso ai consacrati, venerdì, 10 ottobre 2025.
[3] Cfr. De virginibus, De virginitate, Exhortatio virginitatis, De institutione virginis.
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