Omelia nella Messa crismale
Chiesa Cattedrale, Ugento, mercoledì santo, 1° aprile 2026. 

Cari sacerdoti, diaconi, consacrati e fedeli laici, 

la Messa crismale manifesta con tutta evidenza che siamo la Chiesa del Cenacolo! Questa celebrazione, infatti, «è quasi epifania della Chiesa, corpo di Cristo organicamente strutturato che nei vari ministeri e carismi esprime per la grazia dello Spirito, i doni nuziali del Cristo alla sua sposa pellegrina nel mondo»[1]. Oggi, la nostra Chiesa particolare si raduna nella “stanza superiore” per celebrare il mistero dell’unzione di Cristo e della nostra unzione sacramentale.  Unti come Cristo con l’olio di letizia, siamo invitati da lui a rimanere nel Cenacolo per celebrare il suo mistero pasquale e ad uscire dal Cenacolo per consacrare il mondo con la forza del suo Spirito.

Continuando la riflessione che ho proposto nella lettera indirizzata recentemente alla diocesi[2], desidero soffermarmi sulla spiritualità che deriva per tutti gli stati di vita dal riferimento alla Chiesa del Cenacolo. Questa immagine propone un orientamento generale a tutti i membri della Chiesa, ognuno secondo la propria vocazione e i particolari doni di grazia ricevuti: tornare alla sorgente e rinnovare l’incontro con il Risorto e l’esperienza dello Spirito Santo.

Per questo mi piace ripetere a tutti e, in particolare, ai sacerdoti le parole di san Giovanni Paolo II: «Dobbiamo tornare spesso con lo spirito a questo Cenacolo, dove specialmente noi sacerdoti possiamo sentirci, in certo senso, “di casa”. Di noi si potrebbe dire, rispetto al Cenacolo, quello che il salmista dice dei popoli rispetto a Gerusalemme: “Il Signore scriverà nel libro dei popoli: là costui è nato” (Sal 87,6) […]. In tutti vengo ad onorare quell’immagine del Cristo che avete ricevuto con la consacrazione, quel “carattere” che connota in modo indelebile ciascuno di voi. Esso è segno dell’amore di predilezione, dal quale è raggiunto ogni sacerdote e sul quale egli può sempre contare, per andare avanti con gioia, o ricominciare con nuovo entusiasmo, nella prospettiva di una fedeltà sempre più grande»[3].

            La spiritualità laica

Siamo invitati a vivere la spiritualità del Cenacolo, ossia con un modello differente rispetto alla cosiddetta “spiritualità laica”. A tal proposito, già Albert Einstein scriveva che la religiosità del futuro doveva caratterizzarsi come una “religiosità cosmica”, fondata non sulla fede in un Dio personale, ma su un sentimento di meraviglia e appartenenza al tutto[4]. Seguendo un percorso personale, essa doveva integrare consapevolezza, etica e profondità esistenziale, rimanendo libera da dogmi e senza ricorrere a riferimenti trascendenti.

Questa forma di spiritualità è già presente e pervasiva nella nostra epoca, segnata dalla secolarizzazione e dalla frammentazione. Nel nostro tempo, lo “spirito” è spesso inteso come una forza dinamica che sostiene la ricerca interiore, valorizza le consonanze tra tradizioni diverse e si corrobora attraverso diversi esercizi filosofici, pratiche meditative, preghiera e lettura, momenti di riflessione e pratica autoanalitica. 

In un suo recente libro, il filosofo e psicanalista Roberto Màdera[5] spiega che essere “spirituali”, in senso laico, significa interrogarsi sul significato della propria esistenza, riconoscere i propri limiti e le proprie possibilità, sviluppare una relazione più autentica con sé stessi e con gli altri. Non si tratta di raggiungere uno stato perfetto o ideale, ma di accogliere la complessità dell’esperienza umana, con le sue contraddizioni, le sue fragilità e le sue aperture, tralasciando ogni riferimento a modelli assoluti per compiere un lavoro costante su di sé, fatto di riflessione, ascolto e trasformazione.

Si tratta di cogliere un sentimento di unità con la natura o con l’universo secondo la filosofia di Baruch Spinoza, il quale proponeva una visione in cui Dio coincideva con la natura stessa (Deus sive Natura). In questa prospettiva, tutto ciò che esiste è parte di una stessa realtà. La comprensione di questa unità può generare un senso profondo di appartenenza e di significato. In assenza di comandamenti divini, la responsabilità morale è affidata alla coscienza individuale e alla riflessione razionale, a quella “legge morale interiore” (I. Kant) considerata come la base universale per un’etica laica, indipendente da credenze religiose. 

Tocca all’individuo costruire il proprio orientamento etico attraverso l’esperienza, il dialogo e la riflessione critica. Ciò non vuol dire cadere in una sorta di relativismo, ma significa assumere una responsabilità più diretta e consapevole nelle proprie scelte. In questo percorso, l’apertura all’altro, l’empatia e la capacità di ascolto diventano elementi fondamentali. In questo senso, la dimensione spirituale non è mai isolata o individualistica, ma si realizza pienamente nella relazione e nella condivisione. L’incontro con l’altro diventa occasione di crescita e di ampliamento della propria comprensione del reale.

In definitiva la spiritualità laica è una ricerca continua, aperta e mai conclusa. Non offre risposte assolute, ma invita a porre domande e a coltivare una relazione consapevole con la propria esperienza. Riconosce la complessità dell’esistenza e accetta l’incertezza come parte integrante del vivere umano. In un mondo sempre più pluralista, essa offre uno spazio inclusivo in cui ciascuno può costruire il proprio significato, guidato dalla consapevolezza e dalla responsabilità individuale.

La differenza tra spiritualità laica e spiritualità cristiana

La differenza fondamentale tra la spiritualità laica e la spiritualità cristiana consiste nel fatto che la prima è una spiritualità senza cielo, profondamente legata alla terra, priva di due categorie fondamentali che hanno segnato profondamente la fede cristiana: il peccato e la redenzione. Questi due concetti non vengono eliminati del tutto, ma sono reinterpretati e ricompresi in forme nuove.

Il peccato non è inteso come una colpa davanti a Dio, ma come un errore davanti alla propria coscienza e alla rete di relazioni in cui si è immersi. Non c’è, infatti, un Dio a cui rendere conto, né una legge divina infranta, né una salvezza che giunga dall’alto a ristabilire un ordine perduto. È come “ombra” ossia tutto ciò che rimuoviamo, neghiamo o reprimiamo dentro di noi. È una frattura interiore, un’ignoranza una forma di inautenticità, una fuga da sé stessi, un’incapacità di guardare in faccia la propria libertà; una sofferenza che produciamo nel mondo e un danno che infliggiamo agli altri. 

Anche la redenzione non è un atto salvifico che proviene dall’esterno, ma un processo interno di crescita, di cambiamento, di riparazione. Redimersi significa comprendere i propri errori, assumersi la responsabilità e trasformare il proprio modo di essere. È un percorso spesso lento, privo di garanzie assolute e profondamente legato alla libertà individuale. Non è più un dono, bensì un compito È una redenzione senza perdono, costruita giorno per giorno. Non è salvezza, ma riparazione. È chiedere scusa, cambiare comportamento vivendo in modo lucido senza mentire a sé stessi. È una giustizia concreta, non trascendente. In definitiva, il peccato è una forma di cecità, mentre la redenzione diventa un risveglio: acquisire una presenza, una lucidità, un processo di integrazione, una capacità di svegliarsi e diventare consapevoli e liberi.

In tal modo, viene meno la dimensione assoluta, il senso di una rottura radicale e di un perdono totale, quella drammaticità profonda che nelle religioni dà all’esperienza umana un’intensità quasi tragica e insieme salvifica. La drammaticità dell’esperienza umana si attenua: non c’è più una caduta originaria da cui essere salvati, né una redenzione definitiva riporta alla grazia originaria. Al suo posto resta una visione più sobria e umana. Non c’è assoluzione che viene dall’esterno, ma solo un processo di liberazione che parte dall’interno. Si parla di errore e di crescita, di ferita e di guarigione, di danno e di riparazione, di inconsapevolezza e di risveglio. 

Cristianesimo, paganesimo, umanitarismo 

A ben vedere, la spiritualità laica aderisce a una forma di religione che prende il nome di “umanitarismo”, una sorta di ripresa del paganesimo antico rivisitato in forma moderna. L’umanitarismo moderno (diritti umani, uguaglianza, dignità e valore della persona) nasce storicamente dall’eredità cristiana e procede verso una secolarizzazione del suo messaggio.

Il paganesimo antico non aveva alcun riferimento al cristianesimo e non si fondava su una caratterizzazione antropocentrica, ma cosmocentrica o teocentrica. L’uomo cioè era subordinato agli dèi e al destino. Il paganesimo moderno, invece, può significare due cose diverse. Da un lato è la ripresa di una spiritualità precristiana. Ad esempio, la Wicca è una forma che combina elementi spirituali, simbolici ed etici, con un forte accento sulla natura, sull’equilibrio e sull’esperienza personale del sacro[6]. I ricostruzionismi sono tentativi moderni di riattualizzare religioni antiche, mantenendo un legame stretto con le loro radici storiche e culturali[7].

Da un altro lato e in senso più filosofico o polemico, l’umanitarismo procede alla trasformazione della spiritualità che nasce dalla fede in una forma di “spiritualità laicizzata”, dove Dio scompare e restano alcuni valori portati però all’estremo fino a stabilire il “primato assoluto dell’uomo”[8]. Certo, non tutto il pensiero contemporaneo riconosce questo primato. Anzi alcune visioni lo escludono (ecologismo, pensiero post-umanista, ecc.). Tuttavia rimane vero che molta cultura moderna deriva dal cristianesimo ed opera una sorta di trasfigurazione del “paganesimo antico” in una forma di cristianesimo umanizzato.

Alla relazione con il Dio trascendente e personale, l’umanitarismo moderno sostituisce un sistema etico e secolarizzato, che può assumere una funzione “quasi religiosa” in senso sociologico o simbolico svolgendo alcune funzioni tipiche delle religioni all’interno delle società moderne: fornisce valori condivisi (dignità umana, diritti universali, solidarietà, uguaglianza); orienta il giudizio morale e stabilisce cosa è considerato giusto o ingiusto su scala sociale e politica; crea un consenso simbolico;  ha un linguaggio quasi “assoluto”. 

Alcuni diritti sono presentati come universali, fondamentali e non negoziabili e costituiscono il riferimento ideale di molte istituzioni sovranazionali. Orientano le leggi, influenzano il dibattito pubblico e contribuiscono a definire ciò che una società considera giusto o ingiusto. In alcuni casi, essi assumono un ruolo centrale nel plasmare identità collettive, scelte politiche e sensibilità morali. L’umanitarismo moderno è, dunque, una forma di “religione civile” fondata sulla convinzione che esistono sistemi di valori condivisi attorno a cui si organizzano molte istituzioni politiche e sociali: in particolare, il principio della dignità della persona, i diritti umani, l’uguaglianza e la solidarietà universale. 

La spiritualità cristiana è la spiritualità del Cenacolo

La riflessione teologica sembra abbia compreso la grande sfida che il nostro tempo pone alla fede alla spiritualità cristiana. Il teologo olandese Jan Löffeld, nel suo recente libro Quando non manca nulla dove manca Dio (Wenn nichts fehlt, wo Gott fehlt), afferma che, in ampie parti della società contemporanea, la religione più che controversa, non è ritenuta più necessaria. Per certi versi, è considerata del tutto superflua ed insignificante. All’indifferenza religiosa nei riguardi di Dio si è fatta strada la convinzione della sua irrilevanza. È nata una sorta di “apateismo”, mancanza di pathos per Dio. 

Nascono così alcune domande: la spiritualità cristiana ha ancora senso in questo radicale cambiamento del paradigma di riferimento? Serve davvero l’idea di peccato e redenzione in senso forte per dare profondità alla vita spirituale, oppure basta un’etica della responsabilità e della trasformazione? La presente trasformazione culturale è una perdita di senso o una conquista di maturità e di maggiore libertà?

La risposta a queste domande va cercata nel chiarire la differenza sostanziale che intercorre tra spiritualità laica e spiritualità cristiana. La prima è una sorta di potenziamento dell’umano, quella cristiana invece rimanda a una trasformazione radicale dell’umano fino alla sua divinizzazione. La prima si fonda su un esercizio che parte dall’uomo, la seconda è radicata sul primato del dono e della grazia. 

Da qui l’importanza dell’immagine del Cenacolo in quanto richiama la centralità del mistero pasquale nell’unità tra la dimensione cristologico-eucaristica e quella pneumatologico-sacramentale. Con la sua risurrezione e glorificazione, Cristo ha portato a compimento la sua missione terrena e ha inaugurato una nuova fase della storia della salvezza. La sua glorificazione rende possibile l’effusione dello Spirito, dono promesso, segno della presenza permanente di Dio nella comunità dei credenti, principio vitale della continuità dell’opera salvifica di Cristo nella storia.

 Il Cenacolo celebra il mistero, l’unzione di Cristo e dei suoi discepoli di cui lo Spirito Santo è l’autore e il garante. L’umanità di Gesù, “unta” in maniera unica e penetrata dallo Spirito Santo, è inserita nella comunione con il Padre. Lo Spirito, infatti, «discese anche sul Figlio di Dio, divenuto figlio dell’uomo, abituandosi con lui a dimorare nel genere umano, a riposare tra gli uomini e ad abitare nelle creature di Dio, operando in essi la volontà del Padre e rinnovandoli dall’uomo vecchio alla novità di Cristo»[9].

«La nozione di unzione suggerisce […] che non c’è alcuna distanza tra il Figlio e lo Spirito. Infatti, come tra la superficie del corpo e l’unzione dell’olio né la ragione né la sensazione conoscono intermediari, così è immediato il contatto del Figlio con lo Spirito; di conseguenza colui che sta per entrare in contatto con il Figlio mediante la fede, deve necessariamente dapprima entrare in contatto con l’olio. Nessuna parte infatti è priva dello Spirito Santo. Ecco perché la confessione della signoria del Figlio avviene nello Spirito Santo per coloro che la ricevono, dato che lo Spirito Santo viene da ogni parte incontro a coloro che si approssimano per la fede»[10].

Il mistero dell’unzione: la circolarità tra Cristo e lo Spirito, tra l’Unto e l’Unzione.

Il mistro dell’unzione segna la misteriosa circolarità tra Cristo e lo Spirito. Essi sono inseparabili ed operano sempre insieme, così da essere come le due mani del Padre[11]. Innanzitutto lo Spirito è inviato su Cristo per formare la stessa persona di Gesù. «Quando il Verbo stette sulla santa Vergine Maria, lo Spirito insieme con il Verbo entrò in lei, nello Spirito il Verbo si formò un corpo e lo adattò a sé, volendo mediante sé stesso unire e condurre al Padre tutta la creazione»[12]. Dopo la prima “unzione” che avvenne nel grembo di Maria, lo Spirito scese su Gesù al Giordano. In seguito a ciò, «ogni azione [di Cristo] si andava compiendo con la compresenza dello Spirito Santo»[13]. Con la potenza di quella unzione, infatti, egli predicava e operava segni, in virtù di essa «da lui usciva una forza che guariva tutti» (Lc 6,19).

Lo Spirito sostiene Cristo nella realizzazione della sua missione storica: l’incarnazione, la redenzione, l’obbedienza alla volontà del Padre. Per opera dello Spirito, il Verbo entra nella storia e assume la condizione umana. In questo modo si inaugura il mistero della presenza di Dio tra gli uomini, nel quale la vita di Cristo diventa il luogo in cui si rivela pienamente la volontà salvifica del Dio Padre. Durante tutta la sua esistenza terrena, Gesù vive e agisce nella potenza dello Spirito. La sua predicazione, i segni di guarigione e di liberazione, e la sua dedizione totale alla missione ricevuta dal Padre sono espressione di questa profonda comunione. Lo Spirito sostiene Cristo nel compiere fino in fondo il suo cammino di obbedienza, che raggiunge il suo culmine nel mistero pasquale della passione, morte e risurrezione. In tale evento si realizza la redenzione dell’umanità: l’amore obbediente del Figlio, vissuto nello Spirito, riconcilia l’uomo con Dio e apre la via della salvezza.

Dal Cristo storico al Cristo glorioso

Il Cenacolo segna il passaggio dal Cristo storico al Cristo glorioso elevato alla destra del Padre.

Nel Cenacolo, infatti, Gesù riunisce i discepoli per l’ultima cena, annunciando la sua glorificazione e l’invio dello Spirito Santo. Il Cenacolo diventa così il luogo simbolico della transizione: Cristo storico è ancora visibile e tangibile nella carne, mentre il Cristo glorioso, mediante la risurrezione, anticipa la pienezza della sua divinità e, attraverso lo Spirito, rende la sua presenza operante nella Chiesa e nella storia.

Lo stesso Spirito permette al Cristo glorioso di continuare nel tempo la sua opera salvifica. Dopo la sua glorificazione, Cristo non è più presente nella storia secondo le modalità della sua vita terrena; tuttavia, attraverso lo Spirito, egli continua ad agire nella Chiesa e nel mondo. Lo Spirito diventa quindi il principio della presenza viva del Cristo risorto nella storia, rendendo attuale e operante la salvezza compiuta una volta per sempre nel mistero pasquale.

In questa prospettiva teologica, lo Spirito attualizza l’opera redentrice di Cristo: ciò che il Figlio ha realizzato nell’obbedienza alla volontà del Dio Padre viene continuamente comunicato agli uomini attraverso l’azione dello Spirito. Egli guida la comunità dei credenti, suscita la fede, rende efficaci i sacramenti e orienta la storia verso il suo compimento definitivo. Pertanto, lo Spirito non si limita a ricordare l’evento di Cristo, ma lo rende presente e operante nella vita dei credenti. Grazie alla sua azione, il Cristo glorioso continua nel tempo la sua opera di salvezza, affinché l’umanità possa partecipare pienamente alla comunione con Dio e al dono della vita nuova.

Dalla missione di Cristo alla missione dello Spirito

Il Cenacolo è il luogo in cui si compie il passaggio cruciale dalla missione terrena di Gesù a quella dello Spirito Santo. La missione di Cristo sulla terra consisteva nella predicazione, nei miracoli, nel perdono dei peccati e nella testimonianza diretta del Regno di Dio. Con l’ascensione, la missione continua attraverso lo Spirito: gli apostoli ricevono forza, coraggio e doni spirituali per annunciare il Vangelo a tutte le genti. Lo Spirito Santo rende viva la memoria e gli insegnamenti di Gesù e fonda la Chiesa come comunità missionaria. 

Lo Spirito, inviato da Cristo risorto, rende presente e attuale ciò che Gesù ha compiuto una volta per tutte nella sua passione, morte e risurrezione. Egli guida i credenti alla comprensione più profonda del mistero di Cristo, suscita la fede, anima la vita della Chiesa e rende efficace la missione evangelizzatrice nel mondo. In questo modo, la salvezza realizzata da Cristo non rimane un evento del passato, ma diventa una realtà viva che continua ad agire nella storia attraverso la potenza dello Spirito.

La missione dello Spirito Santo nella Chiesa e nel mondo si manifesta principalmente attraverso tre dimensioni fondamentali: l’opera di purificazione, di santificazione e di invio dei carismi. La prima e fondamentale opera dello Spirito Santo è la purificazione del cuore. Prima di poter vivere pienamente la comunione con Dio e partecipare all’opera salvifica di Gesù Cristo, l’uomo ha bisogno di essere liberato dal peccato e rinnovato interiormente. Lo Spirito agisce come principio purificatore, rimuovendo le inclinazioni contrarie alla volontà di Dio Padre e rendendo possibile una vita conforme alla grazia. Questa purificazione non è solo morale, ma profonda e trasformativa: il cuore umano viene disposto a ricevere la luce divina, a desiderare il bene e a collaborare con la grazia in tutte le scelte quotidiane. In tal modo, lo Spirito prepara l’anima alla vita nuova in Cristo: solo un cuore purificato può sperimentare la pienezza della comunione con Dio e diventare strumento vivo della missione salvifica del Cristo glorioso nel mondo.

In secondo luogo, lo Spirito opera la santificazione. Egli trasforma interiormente il cuore dell’uomo, comunicando la vita divina e guidando i credenti verso una sempre più piena comunione con Dio. Attraverso la sua azione, l’uomo è reso partecipe della vita nuova inaugurata da Cristo, cresce nella fede, nella speranza e nella carità, e viene progressivamente conformato al Figlio.

Lo Spirito, infine, agisce attraverso l’azione carismatica. Egli distribuisce doni e carismi diversi ai membri della comunità cristiana affinché ciascuno possa contribuire all’edificazione della Chiesa e al servizio degli altri. Questi doni non sono destinati alla realizzazione personale, ma al bene comune e alla missione evangelizzatrice della comunità.

L’opera di purificazione, di santificazione e il dono dei carismi manifestano la presenza viva dello Spirito nella storia: egli rinnova continuamente la Chiesa, la guida nel cammino della fede e la rende strumento della salvezza operata da Cristo per tutta l’umanità.

Cristo, Spirito e Chiesa

Il Cenacolo segna l’inizio della presenza storica della Chiesa nel mondo. È il luogo in cui gli apostoli, radunati con Maria, ricevono la promessa dello Spirito Santo e il mandato di continuare la missione di Gesù. Prima della Pentecoste, la Chiesa non è ancora visibile nel mondo. Il Cenacolo diventa il punto di partenza. Gesù, con la sua vita e insegnamento, ha preparato i discepoli; ora lo Spirito Santo li guiderà nell’azione concreta e nella testimonianza universale. Dal Cenacolo la Chiesa si apre a tutti i popoli, diffondendo il Vangelo e incarnando la presenza di Cristo nella storia.

Il Cenacolo è, dunque, il luogo in cui la Chiesa, animata dallo Spirito Santo, passa dalla presenza potenziale alla presenza reale nel mondo. La Chiesa è la storia dello Spirito. Egli trasforma la comunità cristiana in “Chiesa di Dio” e nel “corpo di Cristo”. San Cirillo di Gerusalemme utilizza l’immagine del ferro e del fuoco per mostrare come lo Spirito Santo trasforma l’esistenza materiale e mortale in essere eterno. Come il ferro ardente diventa realmente fuoco, senza smettere di essere ferro nella sua natura, ugualmente con lo Spirito Santo l’uomo diventa una natura ardente, realizzando il “fuoco” della vita divina ed eterna, senza però smettere di essere una natura creata

La confusione di Babele è vinta dall’unione e dalla sinfonia che si realizza con la discesa dello Spirito. Questa missione dello Spirito è distinta, ma non essenzialmente diversa da quella che egli ha avuto nella creazione. La “nuova creazione” è una nuova discesa dello Spirito e un’anticipazione della trasfigurazione universale del mondo, che è l’intenzione e lo scopo finale dell’attività creatrice di Dio. La Chiesa, come nuovo tempio dello Spirito, è investita di una missione divina nei confronti del mondo. Essa non riceve lo Spirito per sé, ma allo scopo di compiere di disegno di Dio nella storia umana e nel mondo intero. 

Il parallelismo come pure la differenza fra la “prima” e la “nuova” creazione sono bene espressi da Nicola Cabasilas: «[Dio] non ci ricrea dalla stessa materia con la quale ci ha creati, infatti fece il primo uomo prendendo il fango della terra, ma per la seconda creazione dà il proprio corpo, e per rianimare la vita non si limita a fare l’anima più bella lasciandola però alla sua natura, ma versa il suo sangue nel cuore degli iniziati, facendo sorgere in essi la sua vita. Allora egli inspirò un alito di vita, ora ci comunica il suo Spirito»[14].

Lo Spirito Santo, infatti, è donatore di vita e, nello stesso tempo, è Spirito della verità, fonte della conoscenza vivificante. Per la Bibbia e i Santi Padri non c’è differenza tra la vita e la verità. Il Paraclito ci conduce alla pienezza della verità (cfr. Gv 16, 13), perché illumina il senso dell’esistenza, lo scopo esistenziale dell’uomo e del mondo e l’”aspetto interiore” della storia. 

L’illuminazione che lo Spirito ci offre non è una noetica, intellettuale, sentimentale, ma è mistica. La conoscenza della verità è un’esperienza del corpo e dello spirito, come esattamente ogni vero eros. L’identificazione patristica dell’eros con la conoscenza divina non è altro che l’opera vivificante dello Spirito Santo come movimento amoroso verso Dio. La corrente mistica della teologia patristica preferisce la parola eros alla parola agape, perché l’eros dimostra meglio il dinamismo dell’estasi amorosa. Estasi significa superamento del proprio ego, del desiderio e delle esigenze individuali, per darsi all’altro, per arrivare ad amare completamente l’altro. La creazione del mondo e l’incarnazione di Cristo sono realizzazioni dell’eros estatico di Dio. 

L’eros di Dio è la vita degli esseri, è l’opera vivificante dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo produce l’essere creato come movimento amoroso di ritorno verso Dio di risposta all’eros divino. I Santi Padri chiamano questa dimensione potenza amorosa dell’uomo (agapetikè dýnamis). Attraverso questa potenza amorosa l’uomo conosce la bellezza del viso di Dio. Conoscenza e vita, vita e verità, verità e comunione si identificano attraverso l’eros di Dio per l’uomo e dell’eros dell’uomo per Dio. Tutto ciò è opera dello Spirito Santo nel “cuore” umano, un’opera che realizza la vita e la libertà come amore. La vita cristiana è l’epiclesi allo Spirito Santo, che trasforma la morte in vita eterna.

Quando adoriamo il Signore, egli riversa nei nostri cuori il suo Spirito, il quale viene a portare armonia perché come dice San Basilio: “Lo Spirito è l’armonia”, è lui che fa l’armonia. Egli la fa innanzitutto in cielo. San Basilio spiega che «tutta quella sovraceleste e indicibile armonia nel servizio di Dio e nella sinfonia vicendevole delle potenze sovracosmiche, è impossibile che sia conservata se non per l’autorità dello Spirito»[15]. In seguito lo Spirito opera l’armonia in terra nella Chiesa. Egli è quella «divina e musicale Armonia» (sal 29,1) che tutto lega. Lo Spirito è una Persona divina “plurale”. È il “noi di Dio”, il nesso tra il padre e il Figlio. È in sé stesso concordia, comunione, armonia[16].  Lo Spirito predilige la forma comunitaria.  L’armonia non è una virtù tra le altre, è di più. San Gregorio Magno scrive: «Quanto valga la virtù della concordia lo dimostra il fatto che, senza di essa, tutte le altre virtù non valgono assolutamente nulla»[17]. Occorre pertanto custodire l’armonia. 

Il mistero dell’olio e il valore simbolico delle sue essenze  

Si comprende allora l’importanza di questa Messa crismale. Essa si articola nei suoi quattro segni principali: la convocazione ecclesiale, il soffio dell’alito, il profumo dell’olio, la consacrazione del pane e del vino. La nostra convocazione manifesta la realizzazione della promessa da parte di Dio di «riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi» (cfr. Gv 11,52). Si passa dalla Babele antica alla nuova Pentecoste. Il soffio divino che aleggiava fin dall’inizio del mondo, spira nel Cenacolo quando Cristo alita sui discepoli. Investiti dal profumo che emana dall’olio di letizia, anche noi siamo fatti degni di riceve il corpo di Cristo e siamo abilitati alla missione, per essere testimoni credibili della sua presenza nel mondo

Ecco perché al centro della liturgia crismale c’è il rito della benedizione dei tre oli. Come l’aria, l’acqua e la luce, l’olio appartiene a quelle realtà elementari del cosmo che meglio esprimono i doni di Dio creatore, redentore e santificatore. L’olio di letizia è sostanza terapeutica, aromatica e conviviale: medica le ferite, profuma le membra, allieta la mensa. Questa natura dell’olio è assunta nel simbolismo biblico-liturgico per esprimere l’unzione dello Spirito che risana, illumina, conforta, consacra e permea di doni e di carismi tutto il corpo della Chiesa

I tre gli oli vengono consacrati nella Cattedrale per far risplendere l’unità visibile della Chiesa ed esprimere le tre dimensioni essenziali dell’esistenza cristiana. Allo stesso tempo, i tre oli tengono insieme tutto il cammino dell’anno liturgico e lo collegano sempre al mistero del Giovedì Santo. Si celebra così la totalità del tempo e della storia insieme alla totalità del mistero di Cristo.

L’olio dei catecumeni indica il primo modo di essere toccati da Cristo e dal suo Spirito. Dio stesso è alla nostra ricerca. Egli viene incontro all’inquietudine del nostro cuore e scuote la nostra coscienza perché ci disponiamo a cercarlo: «Cercate sempre il suo volto», prega il salmista (Sal 105,4). La conoscenza di Dio non si esaurisce mai. Per tutta l’eternità possiamo, con una gioia crescente, continuare a cercarlo, per conoscerlo ed amarlo sempre di più.  

L’olio per l’unzione degli infermi annuncia che la venuta del regno di Dio suscita innanzitutto la guarigione del cuore ferito (cfr.  Lc 9,2).  La prima e fondamentale guarigione avviene nell’incontro con Cristo. Egli risana il nostro cuore affranto e ci riconcilia con Dio Padre.  

Infine c’è il più nobile degli oli ecclesiali, il crisma, una mistura di olio di oliva con profumi vegetali. L’olio per l’unzione sacramentale (battesimo, cresima, ordine sacro) è composto da quattro ingredienti[18]. La mirra, sostanza odorosa e amara, aroma purissimo e senza mescolanza ad indicare il profumo del Messia. Il Salmo 44 proclama che gli abiti del Messia vittorioso dovranno essere profumati di mirra e il Cantico dei Cantici richiama profumo dell’amata. La mirra è dunque segno della passione d’amore: la sofferenza dell’amore e l’amore che sa soffrire. 

Vi sono poi i due profumi richiamati dal Cantico dei Canticiil cinnamomo o calamo aromatico, essenza odorosa che proviene dalla scorza di cannella verde, e la canna aromatica, che deriva dal suo rizoma ossia da un gambo sotterraneo (cfr. Ct 4,14). Infine, vi è la cassia, una spezia, tratta da una scorza polverizzata come la cannella. 

I quattro componenti di questo unguento sacro sembrano provenire dai quattro punti cardinali per testimoniare che l’universo è interamente presente nella confezione dell’olio messianico. Le quattro essenze sono state scelte in relazione alle tre figlie di Giobbe e al loro simbolismo. Trascorsi gli anni di dolore e privazioni, la vita di Giobbe rifiorì come un giardino dopo la pioggia. Dalla sua rinascita nacquero tre figlie (cfr. Gb 42,14), ciascuna portatrice di un segno divino e, insieme, simbolo di un cammino di speranza e di rinnovamento.

La prima, Iemima, simbolo della luce che ritorna, era come una colomba all’alba: pura e serena. Il suo profumo interiore ricordava la cannella, dolce e calda, che risveglia il cuore e annuncia la gioia ritrovata. Iemima è il segno della luce che ritorna dopo il tempo della sofferenza, l’inizio di una nuova fase in cui la vita ricomincia lentamente a risplendere.

La seconda figlia, Kezia, porta un nome che evoca la cassia, una spezia profumata simile alla cannella utilizzata nell’antichità per profumi e unguenti preziosi. Il suo nome richiama il profumo, la dolcezza e la guarigione. Simbolicamente Kezia rappresenta il momento in cui la vita non solo ricomincia, ma torna anche ad avere bellezza e armonia. Dopo il dolore, l’esistenza riacquista il suo “profumo”, cioè il suo valore e la sua dolcezza.

Il nome della terza figlia, Keren-Happuc, significa letteralmente “corno di cosmetico”, il piccolo contenitore in cui, nel mondo antico, si conservava il trucco per gli occhi. Questo oggetto era legato all’ornamento e alla bellezza. Il suo nome richiama il vasetto di splendore, la bellezza manifesta e la dignità restaurata. Il calamo aromatico rappresenta la rettitudine e l’armonia che la grazia di Dio sa donare. Se le prime due figlie indicano la luce e la guarigione, Keren-Happuc simboleggia la restaurazione completa, quando la vita non solo si ristabilisce ma torna a essere piena e luminosa.

Al centro di tutto, come filo invisibile, resta la mirra, simbolo della sofferenza e della purificazione. Ogni dolore è come un profumo amaro che prepara l’anima alla benedizione e alla vita nuova. Così, le tre figlie di Giobbe e le essenze profumate del crisma narrano una storia senza tempo: un percorso che va dalla prova alla luce, dal pianto al profumo, dal deserto alla pienezza della grazia. Formano un percorso simbolico: dalla luce alla guarigione interiore, fino alla bellezza della vita restaurata. La loro presenza alla fine della storia di Giobbe non è soltanto un dettaglio narrativo, ma un segno profondo della benedizione e della rinascita dopo la prova. La vita, anche dopo le più grandi tribolazioni, può fiorire in bellezza, dolcezza e splendore, consacrata con l’olio sacro che unisce i profumi alla bellezza divina.

La spiritualità pasquale, pentecostale e mariana del Cenacolo

Il Cenacolo è il laboratorio spirituale in cui si forgia la “spiritualità cristiana”. In questo luogo silenzioso e sacro è custodito il contenuto più profondo della vita cristiana e si intrecciano le tre dimensioni essenziali della spiritualità cristiana: pasquale, pentecostale e mariana. Il cristiano impara il ritmo fondamentale della vita spirituale: accogliere la Risurrezione e lasciarsi infiammare dallo Spirito. La Pasqua dona la luce della fede, la Pentecoste accende il fuoco della testimonianza. E così nel Cenacolo il discepolo sperimenta il passaggio dalla paura alla fiducia, dalla separazione alla comunione, dalla morte alla vita.

La spiritualità cristiana nasce dall’incontro con il Risorto. Nel Cenacolo, i discepoli contemplano la realtà viva della risurrezione. Qui imparano che la morte non ha l’ultima parola, che il dolore e la solitudine possono essere trasformati in speranza, e che ogni prova della vita può diventare occasione di incontro con Dio. La Pasqua non è solo evento reale, ma anche un’esperienza interiore: un cammino di purificazione, di riconciliazione e di comunione profonda con Cristo. L’Eucaristia, celebrata nel Cenacolo, diventa memoria vivente della Pasqua, nutrimento per l’anima e forza per testimoniare la vita nuova che Gesù dona.

La spiritualità cristiana ha una sua dimensione pentecostale. Si manifesta con la rinnovata discesa dello Spirito Santo. Pentecoste non è solo un evento straordinario del passato, ma la forza continua che trasforma i cuori, unisce i credenti e li invia nella missione. Nel Cenacolo, la preghiera condivisa, la comunione fraterna e l’attesa vigilante preparano i discepoli a ricevere il fuoco dello Spirito. Questo fuoco non distrugge, ma purifica e accende in loro il dono della parola e la forza della testimonianza. È lo Spirito che rende viva la comunità, le insegna ad annunciare il Vangelo con coraggio, trasforma la paura in testimonianza, la confusione in chiarezza, il dubbio in certezza fiduciosa.

La spiritualità cristiana trova il suo modello eminente nell’accoglienza e nella cooperazione della Vergine Maria all’azione dello Spirito. La piena di grazia è esempio di totale obbedienza alla volontà del Padre e di docilità allo Spirito Santo. La Madre del Signore diventa così guida e modello di una vita conformata a Cristo. Seguendo Maria, i credenti imparano a lasciarsi guidare dallo Spirito, a conformarsi al Cristo glorioso e a collaborare attivamente alla missione di redenzione destinata a tutta l’umanità.

La spiritualità del Cenacolo, quindi, è un invito a vivere in compagnia di Maria in una tensione creativa tra Pasqua e Pentecoste: accogliere la vita nuova di Cristo e lasciarsi plasmare dallo Spirito Santo. È una spiritualità di attesa e apertura, di intimità e missione, di memoria e profezia. Chi entra nel Cenacolo spirituale scopre che la fede non è un rifugio, ma una forza viva che spinge verso la comunione e verso l’amore che redime e rinnova.

            La spiritualità del Cenacolo è una spiritualità domenicale

Secondo sant’Ignazio di Antiochia i cristiani sono “quelli che vivono secondo la domenica” (κατὰ κυριακὴν ζῶντες)[19]La spiritualità cristiana è vivere da risorti, con una mentalità e un comportamento coerenti con il Vangelo.La spiritualità cristiana, pertanto, consiste nell’entrare e nell’uscire ogni domenica dal Cenacolo. Se custodiremo la domenica, la domenica custodirà la nostra fede. Senza la domenica, la fede si affievolirà fino a scomparire e si affermerà inevitabilmente una spiritualità laica, senza Cristo, senza il suo Spirito, senza la sua grazia redentiva.  

Il giorno del Signore, dunque, è il cuore della vita e della spiritualità cristiana. Tutti i grandi misteri della fede – la creazione nuova, la Pasqua, la Pentecoste e la Parusia – sono celebrati simbolicamente di domenica. Il giorno di Cristo risorto è segno della nuova creazione e della vita nuova che egli ha inaugurato. La domenica diventa così il centro liturgico e simbolico della storia della salvezza: ogni grande evento, dall’inizio alla pienezza dei tempi, è reso presente e attivo nella vita della Chiesa attraverso la potenza dello Spirito. Ogni domenica rinnova, nel tempo, la permanenza della Chiesa nel Cenacolo, luogo per vivere la Pasqua e la discesa dello Spirito Santo. 

La spiritualità del Cenacolo raccoglie la dimensione domenicale dell’esperienza cristiana al cui centro c’è l’Eucaristia e la immette nel cammino quotidiano dell’esistenza Non si tratta solo di partecipare alla Messa domenicale, ma di costruire una relazione costante con lo Spirito Santo attraverso la preghiera quotidiana, la meditazione sulla Parola e la presenza attiva nella comunità. 

La dimensione pasquale del mistero eucaristico è il cuore stesso della fede cristiana. L’Eucaristia non è solo un rito o un simbolo, ma la partecipazione viva alla passione, morte e risurrezione di Cristo. Ogni volta che ci accostiamo alla celebrazione eucaristica domenicale, entriamo in questo mistero pasquale: Cristo si dona a noi, rendendoci partecipi della sua vittoria sulla morte e del suo amore infinito.

L’Eucaristia domenicale non celebra un solo momento della vita di Cristo, ma la totalità del mistero pasquale: dalla passione e morte, alla sepoltura, dalla risurrezione all’ascensione, fino alla discesa dello Spirito Santo a Pentecoste. Ogni celebrazione rende presente questo evento unico e salvifico, permettendoci di partecipare attivamente alla vita di Cristo nel qui e ora. La Messa domenicale diventa così punto d’incontro tra tempo umano e tempo salvifico: riviviamo l’amore di Cristo che si dona, la sua vittoria sulla morte, e riceviamo la forza dello Spirito Santo per vivere da testimoni nel mondo.

L’Eucaristia domenicale segna la contemporaneità del mistero pasquale. Ci invita a comprendere che la passione, morte e risurrezione di Cristo non sono eventi confinati al passato, ma realtà viventi che parlano alla nostra esistenza di oggi. Come sottolinea Søren Kierkegaard, la fede autentica non consiste in un semplice ricordo storico, ma in un incontro esistenziale con Cristo: il mistero pasquale ci riguarda personalmente, e la nostra risposta è sempre presente e concreta. La Pasqua non è solo un fatto di duemila anni fa; è un evento che trasforma il nostro tempo, le nostre scelte e la nostra libertà.

La celebrazione eucaristica domenicale è il luogo privilegiato in cui questa contemporaneità si rende visibile. In Ecclesia de Eucharistia, Giovanni Paolo II ricorda come l’Eucaristia renda presente il mistero pasquale in ogni celebrazione. Ogni Messa, quindi, è contemporanea: ci immerge nel mistero pasquale qui e ora, e ci chiama a vivere in pienezza la nostra vocazione cristiana. Così egli scrive: «La Chiesa, mentre addita il Cristo nel mistero della sua Passione, rivela anche il suo proprio mistero: Ecclesia de Eucharistia. Se con il dono dello Spirito Santo a Pentecoste la Chiesa viene alla luce e si incammina per le strade del mondo, un momento decisivo della sua formazione è certamente l’istituzione dell’Eucaristia nel Cenacolo. Il suo fondamento e la sua scaturigine è l’intero Triduum paschale, ma questo è come raccolto, anticipato, e “concentrato” per sempre nel dono eucaristico. In questo dono Gesù Cristo consegnava alla Chiesa l’attualizzazione perenne del mistero pasquale. Con esso istituiva una misteriosa “contemporaneità” tra quel Triduum e lo scorrere di tutti i secoli»[20]

La Messa domenicale diventa così un momento di rinnovamento e comunione: non celebriamo solo il ricordo di un avvenimento storico, ma lo viviamo oggi, qui e ora. La celebrazione eucaristica ci immette nella vita in Cristo (Cabasilas) e segna il fondamento sacramentale di tutta l’esistenza credente che si attua con l’esercizio delle virtù teologali, cardinali e morali. Bonaventura afferma, nello Itinerario della mente in Dio, che dobbiamo rivestire la nostra anima delle virtù teologali: fede, speranza e carità, per vedere ripristinata in noi l’immagine divina, ossia il volto stesso di Cristo. «L’anima, dunque che crede, spera ed ama Gesù Cristo, Verbo incarnato, increato e inspirato (…) credendo in Cristo come Verbo ricreato e splendore del Padre ricupera l’udito spirituale per ascoltare le parole divine; la vista per contemplare gli splendori della sua luce; sperando in Cristo inspirato riacquista col desiderio e l’amore, l’olfatto spirituale; amando il Verbo incarnato, che la riempie di delizie ed in cui si trasforma con l’estasi, recupera il gusto e il tatto. Riabilitati i sensi, l’anima vede, ode, gusta, abbraccia il suo Sposo quale sposa»[21].

La spiritualità del Cenacolo apre alla missione: la fede non resta privata o statica, ma diventa luce e servizio nel mondo. Ogni gesto di carità, ogni parola di conforto, ogni scelta guidata dallo Spirito è parte di questo cammino. In questo senso, la vita quotidiana diventa un vero “Cenacolo”, in cui la preghiera, la comunione e l’azione si intrecciano, trasformando ogni giorno in un’esperienza di grazia e crescita spirituale. Il Cenacolo si fa simbolo: non è solo una stanza, un episodio della storia sacra, ma un invito a vivere la comunione. Nel Cenacolo c’è umiltà e servizio, ascolto e attenzione reciproca, forza di un gesto semplice che racchiude l’eternità: lavare i piedi significa riconoscere l’altro, accogliere la fragilità, testimoniare l’amore concreto. La domenica diventa il Cenacolo personale e comunitario, un tempo fondamentale per ritrovare il senso della vita, la pace interiore, l’orientamento spirituale.

Esortazione conclusiva

Vi esorto, pertanto, a fare del “Cenacolo domenicale” il cuore della missione della Chiesa e della vita personale. L’azione pastorale non deve essere mossa da un senso di agitazione o dal rincorrere esperienze estemporanee. Non bisogna frammentare la vita della comunità in tanti rivoli, ma riportarla a una sintesi vitale, coltivando il centro da cui tutto parte e a cui tutto deve essere orientato. Il “Cenacolo domenicale” contiene tutto quello di cui abbiamo bisogno per vivere il Vangelo in modo integrale e appassionato. Non abbeveriamoci ad altre fonti, che sono “cisterne screpolate”. 

Rivolgo perciò un accorato appello a tutti e a ciascuno. Entra ogni domenica nel Cenacolo della tua comunità e del tuo cuore, dove il tempo si ferma e la luce della Pasqua penetra nelle pieghe più nascoste dell’anima. Senti la presenza del Risorto: non è ricordo, non è immagine, è la tua vita. La sua risurrezione abiti ogni tuo respiro, ogni tuo pensiero, ogni tua fragilità.

Resta in silenzio davanti a lui. Lascia che la gioia della Pasqua accarezzi le tue ferite e le trasformi in speranza. Ogni dolore, ogni paura, ogni perdita trovi la sua guarigione nella luce di Cristo risorto. Impara da lui che la morte non ha l’ultima parola, e che la tua vita può fiorire anche nelle notti più oscure.

E poi attendi. Attendi lo Spirito. Attendi il fuoco che scende come vento leggero, come lingua di fuoco che purifica, rinnova, accende. Nel Cenacolo la tua preghiera si unisce a quella di tutti i credenti. Avverti il comune respiro, e il tuo cuore che si apre agli altri cuori. Lasciati invadere dallo Spirito che parla in silenzi profondi, che suggerisce parole di pace e spinge verso la missione.

Senti la trasformazione che egli compine nella tua persona: ciò che era timore diventa coraggio, ciò che era confusione diventa chiarezza, ciò che era chiusura diventa apertura. Lo Spirito ti plasma come argilla viva, ti prepara a testimoniare l’amore che hai ricevuto, a portare luce dove regna l’ombra.

Impara il ritmo della vita cristiana. Rimani in questo silenzio sacro. Respira la gioia del Risorto. Lasciati avvolgere dal fuoco dello Spirito. E quando uscirai, porta con te la letizia della Pasqua e la fiamma di Pentecoste, cammina insieme a fratelli nella fede, e sii per tutti testimone della novità di Cristo e portatore di luce e di pace.


[1] Pontificale romano riformato, Benedizione degli oli e dedicazione della chiesa e dell’altare, p. 10.

[2] Cfr. V. Angiuli, La Chiesa del Cenacolo: vocazione, comunione, missione, Edizioni VivereIn, Monopoli 2025.

[3] Giovanni Paolo II, Lettera ai sacerdoti per il Giovedì Santo 2000, 3.

[4] Cfr. A. Einstein, Pensieri, idee e opinioni, Newton Compton 2010. Questa visione provocò una pioggia di reazioni sdegnate cfr. F. Agnoli,Filosofia, religione e politica in Albert Einstein”, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 2015.

[5] Cfr. R. Màdera, Una spiritualità laica. La vocazione a essere finalmente uomini, Bollati Boringhieri, Torino 2025; L. Scaraffia, Dio non è così. Otto mistiche laiche del Novecento, Bompiani, Milano 2025.

[6] Cfr. Ph. Curott, Il sentiero della dea, Venexia 2012; V. Crowley, I poteri della Wicca. La più antica religione del mondo nella società contemporanea, Armenia 2018; C. Bouchet, Wicca. Storia, teoria, pratica, L’età dell’Acquario 2018.

[7] Cfr. F. Dimitri, Neopaganesimo. Perché gli dèi sono tornati, Castelvecchi, Roma 2005

[8] Contro questa interpretazione sostenuta, in modi diversi, da pensatori come Friedrich Nietzsche, che parlava della “morte di Dio” e delle sue conseguenze, è stata criticata da Max Scheler e Jacques Maritain, che riflettevano sul rischio di un umanesimo che perde il riferimento al trascendente.

[9] Ireneo, Contro le eresie, I3, 17, 1-3.

[10] Gregorio di Nissa, Adversus Macedonianos de Spiritu Sancto, 16: Gregorii Nysseni opera, ed. W. Jaeger-H. Langerbeck, v. 31, Leiden 1958, pp. 102-103.

[11] Cfr. Ireneo, Adv. haer. IV,20,1.

[12] Atanasio, Ad Serap. 1, 31. 

[13] Basilio Magno, Sullo Spirito Santo, 16,39.

[14] N. Cabasilas, La vita in Cristo, IV,6.

[15] Basilio Magno, De Spiritu Sancto, 16, 38; Pseudo-Dionigi l’Areopagita, La Gerarchia celeste, I, 3.

[16] Cfr. H. Mühlen, Der Heilige Geist als Person. Ich – Du – Wir, Münster in W., 1963.

[17] Gregorio Magno, Omelie su Ezechiele, I, VIII, 8.

[18] Cfr. A. Lécu, Mi hai unto con un profumo di gioia, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2020. 

[19] Ignazio di Antiochia, Lettera ai Magnesi, 9,1. 

[20] Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia, 5. 

[21] Bonaventura, Itinerario della mente in Dio, 4, 3.

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