Omelia nella Veglia di Pasqua
Chiesa Cattedrale, Ugento 4 aprile 2026.

Cari fratelli e sorelle,
questa notte risuona l’antico e gioioso grido: Cristo risorto!

Ecco la verità centrale del cristianesimo: «Risuscitato dai morti, Cristo non muore più; la morte non ha più potere su di lui» (Rm 6,9). Questa consapevolezza di fede è stata ribadita più volte dai Padri della Chiesa. Basti solo richiamare l’eloquente espressione di Apollinare di Laodicea: «Cristo non ha mangiato la Pasqua, ma è diventato egli stesso quella Pasqua»[1]. Cristo non muore più: con lui la vita risorge e la speranza rinasce. In questa veglia pasquale tutto si concentra davanti al sepolcro di Cristo. Anche la comunità cristiana si raduna davanti al sepolcro di Gesù, una tomba nuova, scavata nella roccia, simbolo di morte, di risurrezione e di speranza per tutta l’umanità. Questa notte ci invita a considerare l’intero significato di questa tomba.

Come le mirofore

Dovremmo essere come le mirofore che si recano al sepolcro per ungere il corpo di Gesù. L’immagine è molto forte e profondamente radicata nel racconto evangelico: le donne che, all’alba, vanno al sepolcro portando con sé non solo gli aromi, ma anche un cuore pieno di emozioni contrastanti: da una parte il peso della morte, del fallimento apparente, della perdita; dall’altra una fedeltà ostinata, un amore che non si arrende nemmeno davanti al silenzio del sepolcro. Non sanno ancora della risurrezione, eppure si muovono. Sono donne animate da sentimenti contrastanti: dolore e sconfitta, attesa e speranza, pietà e amore. È questo le rende così umane e così esemplari.

Il primo grande insegnamento riguarda la fedeltà che resiste anche quando tutte sembra essere senza senso. Essere “come loro” significa accettare che la vita spirituale non è fatta di certezze lineari, ma di contrasti: dolore e speranza convivono, buio e attesa si intrecciano. Non bisogna risolvere subito queste tensioni; si tratta piuttosto di attraversarle con fedeltà, continuando ad amare anche quando tutto sembra perduto. In questo senso, il gesto di andare al sepolcro diventa un simbolo potente: è un camminare verso ciò che sembra chiuso, finito, ma con un cuore ancora aperto. Ed è proprio lì, in quello spazio fragile tra disperazione e speranza, che può nascere qualcosa di nuovo. 

L’immagine delle mirofore rappresenta la capacità di entrare nel cuore stesso dell’esperienza spirituale cristiana: un cammino che non elimina le contraddizioni, ma le attraversa e le trasfigura. Le donne che vanno al sepolcro non sono eroine nel senso umano del termine. Sono donne ferite, deluse, probabilmente confuse. Tutto ciò in cui avevano sperato sembra crollato. Eppure, non si chiudono. Non si ritirano. Continuano ad amare. 

Nella vita spirituale, infatti, ci sono momenti in cui Dio sembra assente, in cui la preghiera appare vuota, in cui le promesse sembrano smentite dalla realtà. In questi momenti siamo tentati di fermarci, di tornare indietro, di “lasciare perdere”. Le mirofore invece ci mostrano un’altra via: quella della perseveranza umile, del piccolo gesto compiuto senza garanzie.

C’è poi un secondo aspettoesse portano aromi per ungere un corpo morto. È un gesto inutile, se visto da fuori. Non cambierà nulla. Eppure è pieno di significato. L’amore vero non è utilitaristico: non si ama perché “serve” a qualcosa o a raggiungere un risultato. È nella natura dell’amore amare in modo gratuito. Anche nella nostra vita, ci sono gesti di bene che sembrano non produrre risultati visibili. Eppure, proprio lì si custodisce qualcosa di profondamente evangelico: un amore che non si misura sul successo o dai risultati.

Un terzo elemento è la paura. I racconti evangelici lasciano intuire che queste donne non erano senza timore. E tuttavia si muovono lo stesso. Questo è importante: la fede non elimina la paura, ma la attraversa. Il coraggio cristiano non è assenza di timore, ma scelta di andare avanti nonostante esso.

Infine, c’è la sorpresa. Le mirofore vanno al sepolcro aspettandosi la morte e incontrano la vita. Questo ci apre a una verità decisiva: Dio spesso si manifesta dove meno ce lo aspettiamo, proprio nei luoghi che giudichiamo chiusi alla novità. Il sepolcro diventa il luogo della rivelazione. Anche nella nostra esperienza, le situazioni che sembrano definitive – fallimenti, perdite, crisi – possono diventare spazi in cui inizia qualcosa di nuovo.

Come i Padri della Chiesa

Dovremmo anche essere come i Padri della Chiesa che sanno vedere dentro la Scrittura e penetrare in profondità il mistero. Essi hanno riflettuto sul significato teologico e spirituale della tomba di Gesù, vedendovi non solo il luogo della sepoltura di Gesù Cristo, ma anche un simbolo ricco di mistero che prepara la vittoria della risurrezione di Gesù celebrata nella Pasqua.

Sant’Agostino d’Ippona interpreta il sepolcro come il luogo del grande silenzio di Dio. Cristo entra nella profondità della morte per trasformarla dall’interno. La tomba diventa così il segno che il Figlio di Dio ha condiviso pienamente la condizione umana: non solo la morte, ma anche il riposo nel sepolcro. Tuttavia questo silenzio non è vuoto, ma è il momento in cui Dio prepara la vita nuova.

Per San Giovanni Crisostomo, il sepolcro ha un valore apologetico e spirituale: il fatto che la tomba venga trovata vuota mostra che la morte non ha potuto trattenere Cristo. Egli sottolinea che la tomba, destinata normalmente a custodire i morti, diventa invece testimonianza della vittoria sulla morte.

San Cirillo di Gerusalemme, nelle sue catechesi, invita i fedeli a contemplare la tomba come prova concreta dell’evento pasquale. Il sepolcro non è un mito o un simbolo astratto, ma un luogo reale che testimonia l’azione di Dio nella storia.

Sant’Efrem il Siro utilizza un linguaggio poetico: per lui il sepolcro è come un grembo che accoglie Cristo e dal quale nasce la nuova creazione. La tomba diventa quindi paradossalmente un luogo di vita.

Origene interpreta la tomba anche in senso spirituale. Egli afferma che il sepolcro di Cristo illumina le “tombe interiori” dell’uomo: Cristo entra nelle profondità della morte per liberare l’umanità e aprire la via alla vita. Per Origene il sepolcro diventa quindi il luogo in cui Dio raggiunge l’uomo anche nelle sue oscurità più profonde.

Sant’Ambrogio vede nella tomba il segno della vera umanità di Cristo. Il Figlio di Dio ha accettato di condividere completamente la condizione umana, fino alla sepoltura. Tuttavia, secondo Ambrogio, il sepolcro diventa anche figura del battesimo: come Cristo esce dal sepolcro, così il credente emerge dall’acqua battesimale a una vita nuova.

San Gregorio di Nissa usa un’immagine molto suggestiva: Cristo entra nella morte come un re che penetra nel territorio del nemico per distruggerlo dall’interno. Il sepolcro diventa così il luogo in cui la morte viene vinta nel suo stesso dominio.

San Leone Magno, nelle sue omelie pasquali, sottolinea che il sepolcro non trattiene Cristo perché la vita divina non può essere imprigionata dalla morte. Il silenzio della tomba prepara la manifestazione gloriosa della Pasqua.

San Giovanni Damasceno interpreta il sepolcro come un mistero di trasformazione: il corpo di Cristo riposa nella tomba, ma unito alla divinità rimane fonte di vita. Per questo la tomba diventa segno della futura risurrezione di tutti.

Per molti Padri, inoltre, il sepolcro di Cristo è collegato simbolicamente alla nuova creazione: come il primo uomo fu posto nel giardino, così Cristo viene deposto in una tomba situata in un giardino, indicando che con la Pasqua nasce un’umanità rinnovata.

La croce e la tomba: segni esterni del mistero pasquale

Due sono i segni esterni del mistero pasquale: la croce e il sepolcro. In essi si rende visibile il cammino di salvezza compiuto da Gesù Cristo, che attraversa la sofferenza e la morte per aprire all’umanità la via della vita nuova. Venerdì e sabato santo, croce e sepolcro, rivelano le due dimensioni inseparabili del mistero pasquale: la sua manifestazione e il suo nascondimento.

Nella croce, il mistero di Dio si manifesta pubblicamente davanti al mondo e alla storia. In essa il Figlio di Dio, Gesù Cristo, viene innalzato davanti agli occhi di tutti: ciò che appare come sconfitta e scandalo diventa in realtà rivelazione suprema dell’amore divino. La croce è il luogo in cui Dio si espone al cospetto della storia umana, assumendone la sofferenza, l’ingiustizia e la morte. Il mistero non è nascosto, ma proclamato: l’amore di Dio si mostra nella sua forma più radicale, trasformando il dolore in dono e la morte in promessa di vita.

Nel sepolcro, invece, il mistero si ritrae e si nasconde. Dopo l’evento pubblico della croce, tutto sembra sprofondare nel silenzio e nell’oscurità. Il corpo di Cristo viene deposto nella tomba e il mistero si inabissa nella profondità stessa di Dio. È il tempo del silenzio, del compimento nascosto, in cui la salvezza opera lontano dagli sguardi del mondo. In questo raccoglimento misterioso matura la vittoria che si manifesterà il giorno di Pasqua nella risurrezione di Gesù.

Tutto sembra finito. Tuttavia proprio da quel luogo di oscurità nasce la luce della vita nuova: il sepolcro trovato vuoto nel giorno di Pasqua annuncia la vittoria della vita sulla morte attraverso la risurrezione di Gesù. In questi due momenti, tuttavia, si compie la stessa opera di salvezza: la morte viene attraversata e trasformata in vita. La croce è il segno dell’amore portato fino all’estremo. In essa Cristo assume su di sé il dolore e il peccato del mondo, trasformando uno strumento di morte in un segno di redenzione. La croce rivela che l’amore di Dio non si ferma davanti al sacrificio: nella debolezza e nell’abbandono si manifesta la potenza della misericordia divina.

Croce e sepolcro, dunque, non sono soltanto ricordi di eventi passati, ma segni che parlano ancora oggi alla vita dei credenti. Essi insegnano che ogni esperienza di sofferenza, vissuta nella fede, può diventare passaggio verso la risurrezione. Nel mistero pasquale il dolore non ha l’ultima parola: l’ultima parola appartiene sempre alla vita e all’amore di Dio. 

Dobbiamo impariamo a leggere il segno oscuro e impenetrabile della tomba di Gesù. Esso segna una svolta tra la vita e ciò che oltre l’esistenza terrena. Il passaggio dalla croce e alla risurrezione non avviene immediatamente, ma si realizza attraverso l’oscuro tunnel della sepoltura. Senza questo “passaggio nel buio”, la risurrezione rischierebbe di apparire come un evento esterno al dramma umano. Invece, proprio attraversando la morte, Cristo vince la morte dall’interno. Teologicamente il “tunnel della sepoltura” non è una pausa, ma il luogo in cui la salvezza raggiunge anche ciò che sembra definitivamente perduto. È il cuore nascosto della Pasqua: Dio opera anche quando tutto appare concluso. Il credo apostolico afferma che Gesù «fu crocifisso, morì e fu sepolto; discese agli inferi; il terzo giorno risuscitò da morte». Stabilisce una continuità e una unità tra passione, morte, sepoltura discesa agli inferi e risurrezione. Non sono momenti separati, ma un unico movimento. 

La veglia pasquale mette al centro la verità della sepoltura per manifestare la verità della risurrezione. Tra la morte in croce e la risurrezione esista un “tempo reale”, non simbolico, che la tradizione interpreta come parte integrante dell’opera salvifica. Questo “tunnel oscuro” è ciò che la fede colloca nel mistero del Sabato Santo: il giorno del silenzio di Dio, in cui Cristo è realmente morto e deposto nel sepolcro. Non è un semplice intervallo, ma un evento teologicamente denso. Nel silenzio del Sabato Santo, Cristo si immerge nella morte, condividendo fino in fondo la condizione umana e raggiungendo coloro che lo hanno preceduto. È un silenzio fecondo, nascosto, dove la vita germoglia nell’ombra. La Veglia Pasquale ci invita a contemplare questa realtà: guardando il sepolcro, riconosciamo la verità della morte e la promessa della risurrezione. La luce del cero pasquale irrompe dal buio, rivelando che la salvezza non è fuga dalle tenebre, ma trasformazione del dolore in vita. In questo mistero, ogni attesa, ogni silenzio e ogni oscurità diventano parte del passaggio verso la luce nuova.

            La verità storica della morte

La tomba, nel suo significato immediato, indica innanzitutto che Gesù Cristo morì veramente. «La sua morte non fu un’illusione»[2]. Non fu un simbolo. Gesù fu deposto in una tomba vera, come raccontano i Vangeli. Bisogna innanzitutto sostare su questo mistero.

In quanto luogo fisico, la tomba di Cristo rappresenta la fine della vita. È lo spazio concreto nel quale viene deposto il suo corpo dopo la morte e diventa un segno evidente della conclusione della sua esistenza terrena. Con la morte cessano tutte le funzioni vitali di un organismo, come il battito del cuore, la respirazione e l’attività del cervello. Dal punto di vista biologico, la morte rappresenta il momento in cui il corpo non è più in grado di mantenere i processi che permettono la vita. È quindi la conclusione naturale del ciclo vitale di ogni essere vivente, che nasce, cresce, si sviluppa e infine muore.

Nella cultura e nella religione ebraica la sepoltura riveste un significato fondamentale, poiché sancisce in modo definitivo la realtà della morte. Il corpo umano è considerato sacro, in quanto creato da Dio, e per questo deve essere trattato con il massimo rispetto anche dopo la vita. La sepoltura avviene generalmente in tempi brevi e rappresenta il ritorno dell’uomo alla terra.

La tomba è anche un luogo di ricordo e di rispetto, dove familiari e amici si recano per commemorare chi non c’è più. Così accade anche per la tomba di Gesù. Nel tempo, il Santo Sepolcro è il luogo della memoria, che mantiene vivo il ricordo della persona scomparsa nel cuore di chi resta.

Il valore simbolico della tomba

La tomba ha anche un valore simbolico. Non è solo pietra e terra: è il segno di un’anima che si è spenta prima del corpo, di sogni sepolti e di speranze mai nate. Chi la guarda percepisce un vuoto che non si misura con il tempo, un silenzio che parla di solitudini interiori. Come il corpo non respira più, così lo spirito è prigioniero della propria indifferenza, della paura, dell’abitudine a non sentire più nulla. 

La tomba diventa allora specchio della morte spirituale. Il peccato spegne la vita e procura la morte dell’anima. Ogni pietra narra un silenzio più profondo del dolore, un vuoto che non conosce il cuore e che pesa come notte senza stelle. Là riposano emozioni spente, parole mai dette, amori smarriti, una vita che ha smesso di sentire. Eppure, tra l’ombra e il nulla, la tomba sussurra: anche ciò che sembra morto può risvegliarsi, basta che qualcuno ascolti il silenzio e dia voce all’anima dimenticata.

La tomba di Gesù attesta la piena solidarietà di Cristo con la condizione umana. Cristo non ha solo “sfiorato” la morte, ma l’ha vissuta fino in fondo. È entrato nella realtà ultima dell’uomo: la solitudine del sepolcro. In questo senso, non ha redento l’uomo evitando l’abisso, ma abitandolo. Pur essendo senza peccato e senza subire la corruzione del corpo, Cristo sperimentò non solo la morte ma anche lo “stato di morte”. «Nel suo disegno di salvezza, Dio ha disposto che il Figlio suo non solamente morisse “per i nostri peccati” (1Cor 15,3), ma anche “provasse la morte”, ossia conoscesse lo stato di morte, lo stato di separazione tra la sua anima e il suo corpo per il tempo compreso tra il momento in cui egli è spirato sulla croce e il momento in cui è risuscitato. Questo stato di Cristo morto è il mistero del sepolcro e della discesa agli inferi. È il mistero del Sabato Santo in cui Cristo deposto nel sepolcro(cfr. Gv 19,42) manifesta il grande riposo sabbatico di Dio (cfr. Eb 4,4-9) dopo il compimento (cfr. Gv 19,30) della salvezza degli uomini che mette in pace l’universo intero (cfr. Col 1,18-20)»[3].

            San Gregorio di Nissa spiega che «è questo il mistero del disegno di Dio circa la morte e la risurrezione dai morti: se pure non ha impedito che con la morte l’anima fosse separata dal corpo secondo l’ordine necessario della natura, li ha riuniti di nuovo insieme mediante la risurrezione, in modo che egli stesso divenisse punto d’incontro della morte e della vita, arrestando in se stesso la disgregazione della natura causata dalla morte, e insieme divenendo lui stesso principio di riunificazione degli elementi separati»»[4].

Il Sabato Santo è il giorno in cui Dio sembra tacere. Anche l’assenza percepita di Dio è parte del suo agire. La redenzione passa attraverso un tempo in cui non si vede nulla: è il tempo della fede pura. 

La tomba aperta

Nel sepolcro non accade qualcosa di visibile, ma lì si compie il passaggio decisivo: dalla morte alla vita nuova. È un mistero di trasformazione invisibile, che richiama anche il seme nel terreno: deve morire per portare frutto (cfr. Gv12,24).

A differenza di altre tombe, quella di Gesù ha la pietra rotolata e la porta spalancata.  A questo punto del racconto avviene l’incredibile. Al centro di questo cammino oscuro «quand’era ancora buio», Maria di Màgdala «vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro» (Gv 20, 1). L’apertura della porta esterna indica simbolicamente l’apertura della porta interna. È stata scardinata la porta della morte, ed è stata spalancata la porta degli inferi. È il segno che nessuna zona dell’esistenza umana resta esclusa dalla salvezza. L’apertura della porta esterna del sepolcro indica simbolicamente l’apertura della porta interna di ciascun cuore: ogni uomo e ogni donna possono varcare, liberati, il confine tra tenebra e luce, partecipando alla vittoria definitiva della vita sulla morte.

Il credo professa che Cristo “discese agli inferi”. Tra morte e risurrezione Cristo raggiunge il regno dei morti. Non è inattività, ma un’azione nascosta: va a liberare i giusti che lo hanno preceduto. La tradizione orientale ama rappresentarlo mentre solleva Adamo ed Eva dalle tenebre. 

La discesa agli inferi costituisce un tema centrale nella riflessione filosofica e teologica, poiché manifesta il mistero della redenzione e la profondità dell’esperienza umana davanti alla morte e al male. Il Verbo incarnato, dopo la passione e la croce, “discese agli inferi” non per essere vinto dalla morte, ma per trionfare sul peccato e liberare le anime dei giusti precedentemente trattenute. In questa prospettiva, gli inferi non sono solo luogo di condanna, ma dimensione di attesa in cui la giustizia e la misericordia divina operano in armonia misteriosa, preludio alla pienezza della risurrezione.

Filosoficamente, la discesa agli inferi può essere interpretata come simbolo dell’esplorazione radicale della condizione umana, della fragilità e della finitezza dell’uomo, nonché della necessità di confrontarsi con il dolore, il limite e la propria ombra interiore. Così come nei miti antichi Orfeo ed Eracle si inoltrano nel regno dei morti per compiere opere di amore e giustizia, l’anima razionale è chiamata a discendere nel proprio abisso, riconoscendo il peso della colpa, della sofferenza e della transitorietà, per ascendere poi alla verità e alla virtù.

Teologicamente la discesa agli inferi si manifesta la pienezza della misericordia divina insieme alla sua giustizia. Come insegnano i santi Padri, Cristo, dopo la passione e la morte, non fu sottomesso al potere della morte, ma con la sua virtù vittoriosa discese agli inferi per liberare le anime dei giusti, che la legge e il tempo avevano trattenuto, preparando il cammino della salvezza verso la gloriosa resurrezione. 

In entrambe le prospettive, la discesa agli inferi non è un fine, ma un passaggio purificatore e trasformante: essa indica che la comunione con il divino e la piena conoscenza di sé stessi passano attraverso l’oscurità, e che la vera risurrezione, morale e spirituale, nasce solo dopo l’esperienza della profondità attraverso cui l’anima giunge alla conoscenza della sapienza divina e alla pienezza della beatitudine. Dopo la discesa segue l’ascesa: come osservava sant’Agostino, la verità e la virtù nascono dalla contemplazione dei profondi abissi, e l’anima umana, liberata dai vincoli del peccato e dell’ignoranza, accede alla gloria eterna, nella quale si manifesta la provvidenza del Creatore e la dignità della libertà umana.

            La tomba vuota

Il terzo giorno la tomba fu trovata non solo aperta, ma anche vuota. Ciò significa che «la morte di Cristo è stata una vera morte in quanto ha messo fine alla sua esistenza umana terrena. Ma a causa dell’unione che la persona del Figlio ha mantenuto con il suo corpo, non si è trattato di uno spogliamento mortale come gli altri, perché “non era possibile che la morte lo tenesse in suo potere” (At 2,24) e perciò “la virtù divina ha preservato il corpo di Cristo dalla corruzione”. Di Cristo si può dire contemporaneamente: “Fu eliminato dalla terra dei viventi” (Is 53,8) e: “Il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo Santo veda la corruzione” (At 2,26-27). 520 La risurrezione di Gesù “il terzo giorno” (1 Cor 15,4; Lc 24,46) ne era il segno, anche perché si credeva che la corruzione si manifestasse a partire dal quarto giorno»[5].

La tomba ove Gesù di Nazaret è stato sepolto non è un punto finale, ma un punto di partenza. Attraverso la tomba egli entra nel mondo dei vivi. La tomba è vuota perché è il luogo di una nuova nascita, quella descritta a Nicodemo nel terzo capitolo del vangelo. Per questo motivo, nel vangelo di Giovanni, Nicodemo riappare al momento della sepoltura (cfr. Gv 19,39).

La tomba è l’inizio di una vita nuova. Tutto si concretizza nella missione affidata dal Risorto a Maria Maddalena: «Và dai miei fratelli e dì loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”». Maria Maddalena è la prima annunziatrice e missionaria della risurrezione e, per questo, il modello per tutti i credenti.

È una tomba vuota di presenza, ma rimangono i segni: il sudario e le vesti. Il corpo non vi dimora più. Ma ciò che rimane – il sudario, le vesti – sono segni eloquenti della sua passione e della risurrezione. Non sono semplici resti, ma testimoni silenziosi: parlano della vita che ha vinto la morte, della presenza che si manifesta attraverso l’assenza. Nella contemplazione di questi segni, la fede riconosce il passaggio dal buio alla luce, dal silenzio alla parola definitiva della vita nuova. Questi segni silenziosi trovano compimento e concretezza nel pane e nel vino: l’Eucaristia rende presente il Cristo risorto, trasforma l’assenza in presenza viva, e invita la comunità a partecipare alla sua vita nuova.

La tomba è la nuova e definitiva Arca dell’Alleanza

            Commentando il racconto del sepolcro vuoto (cfr. Gv 20,12), san Gregorio Magno interpreta il sepolcro di Cristo come la nuova Arca dell’Alleanza. Egli osserva che Maria Maddalena vede due angeli seduti nel sepolcro, uno dalla parte del capo e uno dalla parte dei piedi, nel luogo dove era stato deposto il corpo di Gesù Cristo. Questo dettaglio evangelico gli richiama l’immagine dell’Arca dell’Alleanza descritta nell’Antico Testamento, sopra la quale stavano due cherubini ai lati del propiziatorio. Così egli scrive: «Che cosa significa che Maria vide due angeli seduti, uno dalla parte del capo e uno dalla parte dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù, se non che nell’Arca dell’Alleanza vi erano due cherubini, uno da un lato e uno dall’altro? In un certo modo infatti il luogo dove fu deposto il corpo del Signore fu come l’Arca dell’Alleanza».

Con questa interpretazione, san Gregorio mostra come gli elementi dell’Antico Testamento trovino il loro compimento nel mistero pasquale. L’Arca custodiva i segni dell’alleanza di Dio con il suo popolo — le tavole della Legge, la manna e il bastone sacerdotale — mentre nel sepolcro è deposto il corpo stesso del Figlio di Dio. Lì non sono più conservati soltanto simboli della presenza divina, ma la realtà stessa della presenza di Dio fatto uomo.

Per questo il sepolcro di Cristo può essere contemplato come una nuova Arca: il luogo in cui la presenza di Dio è nascosta nella morte e da cui scaturirà la vita della risurrezione. I due angeli che vegliano sul luogo dove era stato il corpo del Signore richiamano i cherubini dell’Arca e indicano che ciò che nell’antica alleanza era figura e prefigurazione trova nel mistero di Cristo il suo pieno compimento.

I Padri della Chiesa interpretano l’arca dell’alleanza dell’Antico Testamento come una figura profetica che nel Nuovo Testamento trova il suo compimento non solo nel sepolcro, ma anche in altre figure del mistero cristiano: Gesù Cristo, l’Eucaristia e Maria. Nell’arca dell’alleanza, i Padri videro una prefigurazione di Cristo, perché in lui si compie ciò che quei segni annunciavano: egli è la Parola vivente di Dio, il vero pane disceso dal cielo e il sommo sacerdote della nuova alleanza. 

La stessa simbologia si estende anche all’Eucaristia. Come l’Arca custodiva la manna, così nella Chiesa il tabernacolo custodisce il pane eucaristico, che per la fede cristiana è la presenza reale di Cristo. L’antica manna era un segno della provvidenza divina; l’Eucaristia è il nutrimento definitivo del popolo di Dio. 

Infine la tradizione cristiana chiama anche Maria “Arca della Nuova Alleanza”. Come l’Arca portava la presenza di Dio in mezzo a Israele, così Maria porta nel suo grembo il Figlio di Dio incarnato. In lei la presenza divina non è più contenuta in oggetti sacri, ma in una persona vivente che dona al mondo il Salvatore. 

Così l’Arca dell’Antico Testamento diventa, nella lettura cristiana, una grande figura unitaria che trova il suo compimento nel mistero di Cristo: nel suo corpo deposto nel sepolcro, nella sua presenza eucaristica e nel grembo di Maria che lo ha portato nel mondo.

            Un nuovo inizio 

Questa veglia mostra il suo carattere mistagogico, cioè la sua capacità di condurci dentro il mistero che celebriamo. Essa, così ricca, fa appello a ogni segno, a ogni traccia che Efrem il Siro chiama “le tre arpe” che la Chiesa deve imparare a suonare per comprendere l’annuncio della salvezza: la Natura, l’Antico e il Nuovo Testamento. La creazione ci ricorda la vita che rinasce. La storia della salvezza, rievocata dalle profezie, narra di un popolo che passa costantemente dalla schiavitù alla libertà, da situazioni di morte a situazioni di vita. La tomba vuota ci parla di una vita donata, quella del Figlio, che Dio salva dalla morte che l’aveva rapita. Tre parabole in cui affiora la vita. La lunga narrazione della passione e morte di Gesù si conclude con il seppellimento del suo corpo. In realtà, è l’ora di un nuovo inizio. 

«Dal sepolcro la vita è deflagrata.
La morte ha perduto il duro agone.
Comincia un’era nuova:
l’uomo riconciliato nella nuova
alleanza sancita dal tuo sangue
ha dinanzi a sé la via.
Difficile tenersi in quel cammino.
La porta del tuo regno è stretta.
Ora sì, o Redentore, che abbiamo bisogno del tuo aiuto,
ora sì che invochiamo il tuo soccorso,
tu, guida e presidio, non ce lo negare.
L’offesa del mondo è stata immane.
Infinitamente più grande è stato il tuo amore.
Noi con amore ti chiediamo amore.
Amen»[6]


[1] Apollinare di Laodicea, Commento a Matteo, frammento 130.

[2] Catechismo della Chiesa Cattolica, 626.

[3] Catechismo della Chiesa Cattolica, 624.

[4] Gregorio di Nissa, Oratio catechetica, 16, 9.

[5] Catechismo della Chiesa Cattolica, 627 

[6] M. Luzi, La Passione, Milano, Garzanti, 1999.

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